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Archive for marzo, 2013

Del lugubre o di Torino

Quando stavo cercando I ferri del mestiere ho scritto alla mia amica Beatrice, che ha una libreria in Piazza Annunziata a Venaria, se per caso ne aveva una copia. Niente copia. Ora, che I ferri del mestiere è stato ristampato, le ho chiesto se mi mandava un pezzetto della Donna della domenica di Fruttero e Lucentini che le fosse piaciuto. E mi ha mandato questo.

«Ti trovavi a camminare a sud di Corso Principe Oddone, per esempio, e a un tratto dicevi, ecco, ci sono, non c’è più dubbio, è qui, questo li batte tutti, questo è il quartiere più lugubre di Torino. Ma il giorno dopo una identica certezza ti fulminava mentre attraversavi via Gioberti o via Perrone, o contornando l’ansa della Dora, o fra certe villette ai margini del Valentino, o perfino in corso Galileo Ferraris, in corso Stati Uniti. Non era questione di quartieri ricchi e quartieri poveri, come di solito succedeva nelle altre città: qui, il lugubre, evidentemente, era distribuito con puntigliosa equità, era democratico».

A me, leggere certe cose di Torino andando a naso fra le pagine di Fruttero e Lucentini, fa venire nostalgia. Di una città che non ho conosciuto o che ricordo di sguincio (i bus rossi, per esempio). Mi fa venire nostalgia anche di una città che conosco e che svanisce tra le pieghe dell’area12 e delle rotonde suicide e dei palazzoni di fronte al Ruffini, ed ecco che esce il mio vero io, bacchettona misoneista che neanche De Amicis. Mi fa venire nostalgia dei fratelli di mia nonna, basco di velluto, frittata di cipolle alle sei e mezza per cena, incursioni antelucane tra le ruggini del Balùn per trovare la serratura del frigo FIAT. Mi fa venire nostalgia di quelle cose della mia infanzia talmente radicate nello stereotipo sabaudo che a raccontarle anche Gozzano avrebbe un fremito e un’incertezza, tipo l’aperitivo da Mulassano alla domenica dopo essermi sorbita tutta la messa a Santa Cristina con mia mamma che soffoca uno sbadiglio e mi mormora sottovoce “non sbadigliare”; le calze bianche traforate la scarpina di vernice il cappottino, orripilante agli occhi di una seienne, di loden grigio topo comprato da Elena in via XX Settembre. Il cinema Statuto, bruciato, la locandina de “La Capra” accartocciata e annerita, abbassare la voce quando ci passi davanti per andare a scuola con un automatismo acquisito. Le giostre alla Pellerina giammai, a meno che non si offrisse volontaria all’accompagnamento un’altra mamma meno orripilata all’idea, il film al cinema Capitol la domenica invece spesso e volentieri. Cose così. E ci sono certe sere di primavera col cielo blu elettrico e il tredici che sferraglia e il maledetto ramo fiorito che spunta da un cancello, ne senti il profumo e ti frega, ti inchioda il cuore al porfido e ti schianta lì in un grumo di struggimento e malinconia e rimpianto per tutto, anche per ciò che non hai vissuto. Per un tempo in cui non c’eri. Per una città, che è quella in cui vivi, ma a tratti mentre ne pesti l’asfalto ti manca. Mai capito come fa.

Nel frattempo Beatrice mi ha detto che di libreria, forse, un giorno, ne apre una in centro, a Torino. Il lugubre noi, ci siamo abituati.

Come il gioco o il terrorismo

Chi ha avuto la passione della lettura sa che si tratta di una vera passione, feroce, esclusiva, come il gioco o il terrorismo, che fa sembrare insignificante qualsiasi altra cosa.

Carlo Fruttero, Mutandine di Chiffon; Mondadori, 2010.

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(E poi, ciao mamma, parlano di noi, della nostra storia e della ristampa de I ferri del mestiere sul sito dell’Einaudi.)

La sovrapposizione di Lana Del Rey

Una volta avevo iniziato un articolo su Lana Del Rey e il paradosso di Pierre Menard autore del Chisciotte, lo volevo intitolare La cicatrice di un passato che non c’è ovvero le labbra di Lana Del Rey e voleva essere la comparazione tra quest’artista che aveva pubblicato l’album Lana Del Ray A.K.A. Lizzy Grant e nessuno se ne era accorto, mentre le stesse canzoni in Born To Die di Lana Del Rey (con la E) hanno venduto milioni di copie, e il racconto di Borges in cui Pierre Menard riscrive uguale un Don Chisciotte diverso da quello di Cervantes.

Sarebbe stato, con tutta probabilità, un articolo noioso dove si notava l’immagine retrò di un debutto che aveva appena cancellato il suo passaggio: la chirurgica plasticità dell’invecchiarsi da giovani; così noioso che non è arrivato neanche al secondo paragrafo. Invece sul paradosso di Pierre Menard autore del Chisciotte, e sull’invecchiare, è bello questo: A proposito di Hurt di Johnny Cash: una lettura borgesiana.

Devo ammettere che per quanto sia stato fan di Lana Del Rey, sarà anche per la delusione dell’articolo mancato, nato per morire, non riesco più a guardarla con la stessa considerazione, con gli occhi di una volta, come si dice, dopo la pubblicità di H&M.

In ogni caso: venerdì 3 maggio 2013, quando abbiamo programmato di fare la lettura dei pezzi di Fruttero e Lucentini da I ferri del mestiere e altre opere con Alessandro Bonino e Marco Manicardi al Circolo Arci Casseta Popular di Torino, sempre a Torino c’è Lana Del Rey in concerto al Palaolimpico (36,80€ in piedi, 48,30€ seduti). Noi lo si dice per tempo così uno si può regolare.

Però si può fare una convenzione che se uno arriva a Casseta Pop, finita la lettura, con il biglietto del concerto di Lana Del Rey, si fa un bis, apposta.

il manifesto del tour di Lana del Rey

[Il Pierre Menard, autore del Chisciotte è un racconto di Jorge Luis Borges del 1944, uscito in Italia nel 1955, per la traduzione di, guarda alle volte i casi, Franco Lucentini, è inserito nella raccolta Finzioni].

La cognizione della sfiga

C’è un compagno di classe di mio figlio: più alto della media, bello, con dei boccoli che gli ricadono sulla fronte, bravo a calcio, sicuro nel dribbling.  Una volta ha detto a mio figlio: -Sei uno sfigato. Hanno otto anni. Io, quando l’ho saputo, mi son preoccupato che ci fosse rimasto male. Quindi -Ci sei rimasto male? gli ho chiesto. Ma subito mi sono reso conto che era la domanda sbagliata perché la domanda giusta era -Sai cosa vuol dire?

SFIGA
Dalle misere macerie lessicali del ’68 emerge, unico fiore superstite, questo geniale termine di italiano “volgare”. La “s” privativa esalta la cosa negata, massimo bene dunque dell’uomo, origine del mondo. Un vero e proprio omaggio stilnovistico, che il Boccaccio avrebbe sicuramente usato e con ogni probabilità lo stesso Alighieri.
(Carlo Fruttero)

Dal Dizionario affettivo della lingua italiana, a cura di Matteo B. Bianchi con la collaborazione di Giorgio Vasta, Fandango Tascabili, 2008, pp. 176-177

(la citazione l’ho recuperata grazie all’ingegner Manicardi che ha usato la definizione per l’esergo delle Cronache di una sorte annunciata).

La differenza

I ferri del mestiere.

La differenza tra la vecchia e la nuova edizione de I ferri del mestiere è che, nella mia, Fruttero è vivo.

Con una specie di guinzaglio

Sono nata a Torino, in una luminosa giornata di metà luglio. Mi hanno raccontato che fin da subito ho dato forti segnali di testardaggine, non volevo uscire dal mio rifugio per niente al mondo e ho fatto dannare mia madre, l’ostetrica e i medici fino alle nove di sera. Mio padre era fuori per lavoro e quando si presentò in ospedale la nonna Silvia, suocera da lui amatissima, gli corse incontro esclamando: “Carlo, è nata finalmente!”
“Ah sì?!? E come si chiama?” chiese lui.
[…] I ricordi dei miei primi anni di vita derivano perlopiù da racconti di famiglia e vecchie foto: Getta che mi spinge sull’altalena, la mamma che mi infila un buffo colbacco, papà che mi insegna a camminare tirandomi con una specie di guinzaglio.

Maria Carla Fruttero, La mia vita con papà; Mondadori, 2013.

La parodia istituzionale

Oggi, 21 marzo 2013, giorno di consultazioni istituzionali, i partiti, quelli grandi, vanno dal Presidente della Repubblica, per vedere se si fa il governo o no. Bene, se si fa il governo chissà, ma se si fa, ci sarà anche il ministero dell’istruzione e se ci sarà il ministero dell’istruzione vorremmo dire alla Signora prossima ministro o al Signor prossimo ministro dell’istruzione, di considerare il suggerimento contenuto a pagina tredici dei Ferri del mestiere di Fruttero e Lucentini: l’istituzione della parodia come insegnamento, esercizio, nelle scuole italiane di ogni ordine e grado.

Per parodiare un autore bisogna infatti conoscerlo bene, averlo capito e fatto capire a fondo. E qui sta appunto la grande utilità didattica della parodia, che misura meglio di qualsiasi esame il grado di familiarità che l’alunno ha con un dato testo, e che al tempo stesso sdrammatizza quel testo, lo porta a un livello meno ostico, remoto, minaccioso, noioso, lo rende affettuosamente frequentabile anche per il futuro.

Certo gli sviluppi sono potenzialmente agghiaccianti.

Il ministro prende alla lettera queste nostre righe, istituisce la «parodia dell’obbligo», nel giro di pochi anni milioni di giovani ne diventano esperti, alcune migliaia espertissimi, al Quirinale il Capo dello Stato consegna un gelato al più bravo.

Cos’è che stiamo a fare qui

La cosa è andata così. L’anno scorso, poco prima di Natale scopro, per motivi miei, che I Ferri del mestiere non è più in circolazione. Pare incredibile, e invece. I Ferri del mestiere – Manuale involontario di scrittura con esercizi svolti, è un libro con scritti di Carlo Fruttero e Franco Lucentini raccolti da Domenico Scarpa, edito da Einaudi, uscito nel 2003  e ristampato nel 2007. E quindi niente: nel dicembre del 2012 non c’è modo di comprarlo.

E dunque, come si fa in questi casi, ci si rivolge allo Spirito dei Tempi, nella forma di Twitter. Scrivo alla casa editrice e chiedo se fanno una ristampa.

Non mi risponde. Scrivo il giorno dopo e un personaggio, col naso rosso, si unisce alla lotta:

Il Signor Bot dell’Einaudi stavolta risponde e chiede ai suoi numerosi follower:

Riceve sette risposte, di cui: il primo -Io ce l’ho; il secondo -Oddio sai che poi tutti vogliono diventare scrittori dopo quel libro? Aiuto; e poi tre che dicono che sì l’avrebbero comprato.

Il Popolo della Rete impazza.

Arriva uno famoso a perorare la causa:

Il giorno dopo, la resa dei conti. Quindi la ristampa si fa o non si fa?
-Eh, dice il Bot dell’Einaudi, non è che il sondaggio di ieri sia andato proprio benissimo, ma vediamo.
E lì le genti del Popolo della Rete si materializzano in forma di reply e retweet fino all’agognato:

Quindi adesso I ferri del mestiere si può comprare e leggere, imparando magari diverse cose a proposito dei cliché, delle frasi fatte, dell’aggettivazione ridondante e scontata e diverse altre cose ancora sullo scrivere e sul leggere.

E io ero molto contento e ho detto a Alessandro Bonino che sarebbe stato bello fare qualcosa e lui mi ha detto -Leggiamolo; e abbiamo invitato Marco Manicardi, perché tutti e tre siam stati lì a chiedere che questo libro venisse ristampato, e abbiamo deciso che lo leggiamo, ma non da soli, davanti a chi vuole venire, il tre maggio a Torino. E abbiamo aperto questo blog così ci mettiamo gli appunti di lettura e le cose che ci vengono in mente da qui al tre maggio, a proposito dei Ferri del mestiere e di Carlo Fruttero e Franco Lucentini.