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Archive for giugno, 2013

Urania, il numero 323 bis di Marco – Makkox – Dambrosio

Marco – Makkox – Dambrosio ha scritto sul suo blog a proposito di Richard Matheson. Gli abbiamo chiesto se potevamo pubblicare un pezzo di quell’articolo qui, il pezzo in cui non parla di Richard Matheson ma degli Urania curati da Fruttero e Lucentini e lui, molto gentilmente, ha detto sì.

«La fantascienza degli Urania, quella che in seguito, messi i baffi, e io li ho messi a 12 anni, ha definito la mia percezione più matura del termine, era curata da Fruttero e Lucentini, maestri illuminati. C’era merda a fottere anche negli Urania, eh, capiamoci, tipo Ben Bova, o Bob Shaw, o Van Vogt, che oggi io quando voglio significare scritto di merda dico alla Van Vogt, e individuo subito se tra chi m’ascolta ci sia un antico lettore di Urania, perché prende ad annuire forte.

A. E. Van Vogt sfornava merda a rullo di rotativa, me lo ritrovavo sempre tra i coglioni, era una settimana sprecata l’urania di Van Vogt, ma insomma, ero ragazzino, non selezionavo molto, il mio tempo era infinito, mi mangiavo anche A. E. Van Vogt, scuotendo la testa, sputando i semi.  Lui ci metteva un sacco di mostri coi tentacoli e astronavi e cagate di cartapesta indigeribili così, nelle sue storie.

Uff

Dice: ti piace la fantascienza come fanno a non piacerti mostri e astronavi? Ti rispondo: allora la conosci poco la fantascienza. La fantascienza non è legata a degli elementi fissi come i pezzi di un gioco, o a degli scenari definiti; ma che ti spiego a fare, probabilmente tu leggi il fantasy.

Comunque anche Van Vogt una volta ne azzeccò uno di Urania: Le lenti del potere. Era fantascienza social (sociologica la definimmo noi in italiano), a me piace molto quella branca, e lui in effetti era riuscito a scrivere un libretto di social sf assai ironico e divertente. Vabe’ insomma, per essere lui intendo.

Però, dicevo, la fantascienza che m’ha conquistato nella testa oltre che nel cuore è quella che m’hanno insegnato Fruttero e Lucentini, vai a capire se poi sia davvero quella la Science Fiction secondo le normative internazionali di genere. Esisterà una classificazione Linneo, boh.

La sf di Fruttero e Lucentini sembrava avere tante di quelle declinazioni che non mi appariva un genere letterario rigidamente normato come altri, come quella merda del fantasy, per dirne uno a caso di genere di merda.
Loro ci ficcavano dentro un po’ di tutto (tranne il fantasy, che io ricordi). Ne avevano fatto un grande territorio sperimentale del fantastico tecnologico, e anche non tecnologico in verità; del fantastico e punto, e sempre con una curiosità e un senso del gioco da bimbi.

Ecco, adoravo quel non prendersi sul serio, che a volte invece ho riscontrato nei lettori di hard sf, i talebani della sf, che se scrivi teletrasporto gli ci devi mettere anche un trattato di fisica per spiegarglielo per filo e per segno come funzioni e che sia CONVINCENTE, altrimenti alle fiamme!
Gesù quanto mi sta sui coglioni la gente così, come genere.

Faccio un esempio definitivo sulla questione sf di Fruttero e Lucentini.

Una volta uscì un Urania bis. Gli Urania bis erano numeri speciali in supplemento agli Urania “ordinari”. Io non li ho mai trovati in edicola, perché uscirono per un breve periodo poco prima che nascessi, poi la Mondadori continuò a pubblicarli come Urania Speciale ed ebbero una numerazione propria. In pratica i bis e gli speciali erano capolavori selezionati della fantascienza.

Dicevo una volta uscì un Urania bis, il numero 323 bis, che consisteva in un fumetto. Anzi, in una strip, che è un po’ diverso da storia a fumetti, vabe’, non apriamola o ci s’ammazza con altri talebani su st’altra questione, diciamo fumetto.

Quel capolavoro della fantascienza di Urania era composto da sole strip di B.C. di Johnny Hart.
Un numero di Urania, tutto fumetto?! E non un fumetto di sf, che forse ancora ancora…

Che genere è B.C.? Boh, è arte, la più grande strip di tutti i secoli, per me (meglio non aprirlo nemmeno il discorso su Johnny Hart e quanto valga B.C. o ci do fuoco a qualcuno io stavolta), ma comunque non l’avrei mai definita fantascienza. Non fino ad allora, quando Fruttero e Lucentini la inclusero nel genere.

Però, che conquista! E i lettori erano pronti: un settimanale di sf che innalza un fumetto di cavernicoli ironici a capolavoro della s.f. e nessuno che leggesse Urania regolarmente che si sia sognato di uscirsene con HEI! checcazzo mi significa mettere nei capolavori della fantascienza una cazzo di strip?!

Il numero 323 bis di Urania è per i collezionisti  il numero più raro e difficile da procurarsi dell’intera collana, dicono loro.

Tutto questo per dire che per me è esistita una fantascienza Prima dell’Avvento di Urania e una Dopo l’Avvento».

L’articolo intero: Dopo Matheson, di Makkox – Marco Dambrosio.

Dev’essere quella (oppure quella di fianco)

Non c’è ancora scritto niente, ma una persona mi ha confermato che la tomba è proprio quella. “La riconosci perché sopra c’è un cappello e un pacchetto di sigarette”, mi ha detto.

Allora dev’essere proprio quella, oppure quella di fianco. Ci sono molte piante, soprattutto grasse, e c’è un sacchetto con dei sassolini pieni di scritte. Qualcuno ha lasciato lì una statuetta del Taj Mahal, chissà poi perché, e qualcun altro ha infilato tra i fiori un CD intitolato “Black Africa”, con la copertina sbiadita dal sole e dall’aria, mah. A tener fermo il sacchetto dei sassolini, ci sono almeno quattro piombini da pescatore. A pochi metri, sulla destra, riposa un suo amico, circondato da delle piante di rosmarino.
Comunque, sì, dev’essere proprio quella. Sopra c’è un copricapo ricamato all’uncinetto e, di fianco, un pacchetto di sigarette sfatto dalle intemperie.

Ho appoggiato una mano sul marmo e mi sono dimenticato di fare una cosa che mi ero ripromesso di fare, e cioè di metterci sopra un sassolino, come fanno gli ebrei. E’ un’usanza che mi piace.
Non sono uno che parla coi morti, e l’unica cosa che sono riuscito a dire lì davanti è stata: grazie.
Poi ho girato i tacchi, e sono andato a bere una birra.

Mettersi nei panni dell’altro

Dal blog di Carmelo di Mauro

La metacognizione, osservare i propri stati mentali o mettersi nei panni dell’altro, è un compito difficile. Sia in psicoterapia che nella vita quotidiana, uscire da se stessi per osservarsi dal punto di vista dell’altro richiede uno sforzo cognitivo notevole. Secondo alcuni teorici è la strada evolutiva che ha condotto ad uan differenziazione della soggettività dall’oggettività interpersonale. Mi spiego, la capacità di pensarsi al di fuori della propria mente, osservandosi con gli occhi dell’altro, ha creato le condizioni per delimitare ciò che è il mondo esterno da quello mentale interno.

Secondo alcuni modelli della psicologia dello sviluppo, la coscienza e le funzioni cognitive del bambino emergono dal contesto intersoggettivo, che è poi primariamente quello familiare. La qualità dei rappporti sociali crea le condizioni ideali per un buon sviluppo metacognitivo. Sono ipotesi sperimentate e che aprono intriganti prospettive per chi come me lavora nelle scuole. Pensate al ruolo che potrebbe avere l’insegnamento della parodia in classe. La parodia è la rielaborazione (metacognitiva) in forma caricaturale di un personaggio o di un genere letterario.

L’idea mi è balenata quando ho letto il libro di Fruttero & LucentiniI ferri del mestiere (trovato qui), un libro che per chi ama i libri vale la pena procurarselo e in fretta. C’è un capitolo di poche pagine intitolato ‘La parodia dell’obbligo’. Ascoltate questo brano:

Per parodiare un autore bisogna infatti conoscerlo bene, averlo capito e fatto capire a fondo. E qui sta appunto la grande utilità didattica della parodia, che misura meglio di qualsiasi esame il grado di familiarità che l’alunno ha con un dato testo, e che al tempo stesso sdrammatizza quel testo, lo porta a un livello meno ostico, remoto, minaccioso, noiso, lo rende affettuosamente frequentabile anche per il futuro.

Se sostituite l’aggettivo “didattica” con “psicologica” i giochi sono fatti. Per carità, non mi assumo nessuna responsabilità qualora gli studenti causassero risentimenti, scottature impertinenti o virtuosismi parodici che mettono in discussione le personalità dei docenti.

Non è un’operazione esente da rischi. Io stesso mi immagino davanti agli Autori del libro che, spiegando loro alla luce della parodia i miei ferri del mestiere e cioè la metacognizione, i neuroni specchio, l’autismo etc., me l’immagino silenziosi che lanciano occhiate tra loro e mi immaginano come un personaggio da fantaneuroscienza.

Mi sto parodiando, beccato.

Qui c’è l’articolo intero: L’obbligo della parodia.