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Entries by Marco Manicardi

12 ottobre: La prosa della domenica (di sabato) al Circolo dei Lettori di Torino

Ore 21:00
Nella Sala d’Onore (quella bella).
Ingresso rigorosamente gratuito.

(il solito volantino)

C’è scritto anche sul sito del circolo.
Accorrete torinesi e numerosi.

Dev’essere quella (oppure quella di fianco)

Non c’è ancora scritto niente, ma una persona mi ha confermato che la tomba è proprio quella. “La riconosci perché sopra c’è un cappello e un pacchetto di sigarette”, mi ha detto.

Allora dev’essere proprio quella, oppure quella di fianco. Ci sono molte piante, soprattutto grasse, e c’è un sacchetto con dei sassolini pieni di scritte. Qualcuno ha lasciato lì una statuetta del Taj Mahal, chissà poi perché, e qualcun altro ha infilato tra i fiori un CD intitolato “Black Africa”, con la copertina sbiadita dal sole e dall’aria, mah. A tener fermo il sacchetto dei sassolini, ci sono almeno quattro piombini da pescatore. A pochi metri, sulla destra, riposa un suo amico, circondato da delle piante di rosmarino.
Comunque, sì, dev’essere proprio quella. Sopra c’è un copricapo ricamato all’uncinetto e, di fianco, un pacchetto di sigarette sfatto dalle intemperie.

Ho appoggiato una mano sul marmo e mi sono dimenticato di fare una cosa che mi ero ripromesso di fare, e cioè di metterci sopra un sassolino, come fanno gli ebrei. E’ un’usanza che mi piace.
Non sono uno che parla coi morti, e l’unica cosa che sono riuscito a dire lì davanti è stata: grazie.
Poi ho girato i tacchi, e sono andato a bere una birra.

Una grande Festa di Liberazione dalla Schiavitù del Nuovo e dell’Ultima Novità

Una volta F&L vennero invitati a parlare alla Fiera del Libro di Francoforte:

«Serse – citammo letteralmente e coraggiosamente [i Parerga und Paralipomena di Schopenhauer] – pianse, secondo Erodoto, contemplando il suo immenso esercito e riflettendo che di tutti quei guerrieri, di lì a cento anni, nessuno sarebbe più stato in vita. E chi non piangerebbe, contemplando il poderoso catalogo della Fiera, se riflettesse che di tutti quei libri non uno sarà più in vita tra dieci anni?»
Seguì un così lungo momento di silenzio da farci pensare che la cosa migliore sarebbe stata di salutare e ritirarci. Poi tutta la sala, comprese le prime file, occupate principalmente da editori e librai, scoppiò nel più caloroso, gioioso, fragoroso applauso che ci fosse mai toccato.
E proprio allora – per una soprannaturale coincidenza – le campane della vicina Cattedrale si misero a suonare a festa, portando al colmo l’entusiasmo e la gioia di tutti. Le risate e i battimani non finivano più. Era come se l’inaugurazione della Fiera, all’improvviso, si fosse trasformata in una grande Festa di Liberazione dalla Schiavitù del Nuovo e dell’Ultima Novità.

(Fruttero & Lucentini, I ferri del mestiere)

Ecco. Forse ve l’abbiamo già detto, ma noi tre prosatori domenicali proprio domenica leggiamo e presentiamo al Salone del Libro di Torino I ferri del mestiere, questa bella non-novità che abbiamo fatto ristampare.

Ci trovate dalle 15.30 alle 16.30 al Salone OFF, presso SPAZIO INCONTRI OPEN, nel Complesso Sportivo Trecate in Via Trecate 46 a Torino.
(Qui c’è il link alla pagina ufficiale del Salone; qui c’è l’evento fb.)

Non mancherà certo l’occasione per citare Schopenhauer.

19 maggio: La prosa della domenica (di domenica) al Salone Off di Torino

E precisamente:

dalle 15.30 alle 16.30
allo SPAZIO INCONTRI OPEN
c/o Complesso Sportivo Trecate
in Via Trecate, 46
Torino

 prosadomenicattorino1

(c’è anche a pag. 32 del programma ufficiale)

L’altra volta è stato bello, ed era un venerdì.

Un premio nazionale per la metafora

Se esistesse o fosse esistito, come per la satira, un premio nazionale per la metafora, sicuramente Fruttero e Lucentini sarebbero andati più e più volte almeno in nomination. Ho provato a raccogliere le metafore che ho trovato ne La donna della domenica:

  • Henry James (uno scrittore di quelli che dovevi spingere come una bicicletta in salita)
  • Quel riflesso fulmineo, istintivo, di salvatrice, quel guizzo da domenica del corriere
  • La bambina restò impalata, con un’aria da monumento ai Caduti
  • Ci fu uno scambio di sorrisi come di fari a un incrocio
  • L’idea di doverlo disilludere adesso, di dover spegnere quel sorriso di principessa che si vede riconsegnare l’anello caduto in mare, gli dette un senso di oppressione
  • – Che c’è? – chiese piano, con la delicatezza dell’artificiere che disinnesca l’ordigno extra-parlamentare
  • nella tappezzeria a righe bianche e rosse, sbiadita come un pigiama da cronicario
  • disse […] col tono umilmente filosofico di chi ha ordinato un tamarindo invece della solita Coca-Cola
  • era ben più facile che liberarsi di queste piccolezze formali, dure e insolubili come i calcoli renali
  • passeggiavano col passo avaro e dilatorio delle bambinaie, dei carabinieri in alta uniforme, e dei vecchi
  • aveva, oltre all’accento, anche questo di torinese: non si curava dell’effetto delle sue brusche battute, come se stesse sempre fuori dalla dimensione dell’umorismo
  • marciava tra quella piccola folla, dove non mancavano uomini ben più nerboruti e possenti di lui, con la sicurezza appena infastidita di un passante in mezzo a un nugolo di piccioni
  • Perché doveva vivere circondato da gente che gli spegneva sempre tutte le candele?
  • Uscì dalla 500 anche lui, come da un cassetto pieno di fiori secchi
  • si domandò Massimo, con la freddezza di Clausewitz
  • Col ronzio che faceva la 500 aperta, era come viaggiare seduti sopra una macchina da cucire
  • Anna Carla gli rivolse un sorriso che era una carezza da suora della misericordia
  • [disse] con l’aria di chi conta per la ventesima volta gli ultimi spiccioli
  • Attraverso le stecche delle persiane entrava una luce da esecuzione
  • Si sentiva come un tronco d’albero gettato sulla spiaggia, ripreso dall’onda, rigettato, ripreso, con una monotona, indifferente pendolarità che niente poteva spezzare
  • proseguì sicuro, con l’aria di chi si ritrovi su terreno asciutto dopo essere scivolato in un pantano
  • tutta la sua flemma speculativa gli cadde di dosso come si perdono i vestiti nei sogni
  • la poco raccomandabile cosca delle emozioni amorose
  • Era stupefacente come certe vergogne, certe vanità sepolte da vent’anni, fossero pronte a rivenir fuori come indistruttibili topi.
  • Il commissario […] mise le mani nella borsa con lo stesso animo con cui avrebbe disinnescato una mina
  • Ma era come se lei fosse metà qui e metà chissà dove, come appunto i preti.
  • case alte e basse, vecchie e nuove, che parevano un gioco di costruzioni lasciato a mezzo da un bambino e scompigliato dal fratellino più piccolo.
  • Lui disse di sì col tono di uno che accetta la zuppa invece del pan bagnato
  • Ne era lei stessa consapevole, e felice in un modo anch’esso attutito, ovattato, come se le fosse appena nevicato dentro
  • gli esseri umani impegnati a tessere e ritessere le loro tremule, fortuite ragnatele da uno spigolo all’altro della vita
  • L’altro fece la faccia di chi cede a un bambino.
  • – A lei non si può proprio nascondere niente, – disse con una umiltà da schiaffi
  • Prese, senza sforzo, l’aria di un veterano cui l’esito della milleunesima battaglia non importa in realtà più niente
  • il commissario lo stava scrutando con gli occhi di un cardinale controriformista
  • parole, sue e altrui, fitte, pressanti, e subito disperse come pioggia nell’acqua
  • il braccio che descriveva un ampio semicerchio, come a mostrare una catena di montagne, un tramonto.
  • la città, spopolata e sprangata come in attesa dei barbari.
  • un cassetto richiuso con un fruscio di rosario sgranato
  • La sua espressione naturalmente aggrottata, come se avesse un chiodo piantato in mezzo alle sopracciglia
  • Le dita si strinsero due o tre volte attorno al binocolo come le zampe di un ragno in agonia
  • Il letto a baldacchino pareva ancora più enorme sotto il basso soffitto, come una stanza nella stanza o una gabbia per qualche misterioso, incorporeo animale.
  • Il tono era quello di chi ha ascoltato fino in fondo due venditori di enciclopedie
  • restò perfettamente immobile, il labbro preso tra i denti come un dito in una porta
  • Ormai, era come picchiare su un gatto schiacciato sull’autostrada.

La mia preferita è: La bambina restò impalata, con un’aria da monumento ai Caduti.

La soglia di tolleranza di Lucentini

La soglia di tolleranza di Lucentini è tra le più basse, forse la più bassa, che abbia mai riscontrato in vita mia.
La sua idea di trattativa è di spalancare la porta con un calcio, spianare un fucile mitragliatore Thompson, abbattere tutti i convenuti con una raffica e cominciare a discutere solo quando i necrofori stanno arrivando in anticamera. Ciò avviene perché egli ha accumulato negli anni una indelebile casistica privata di proporzioni cibernetiche, dalla quale risulta che gli uomini sono non abbastanza cattivi e fin troppo stupidi, ed è la stupidità (concetto per lui infinitamente sfumato, complesso, e che tuttavia ha racchiuso per scopi pratici in una sola monade lessicale, “stronzaggine”) che non gli riesce in alcun modo di sopportare e nella quale s’imbatte invece, o prevede d’imbattersi, continuamente.
È facile immaginare che cosa sia stato il fascismo per un uomo del genere, ma sarebbe una grave semplificazione definire Lucentini “un sincero democratico” o “un antifascista”, e l’azione provocatoria di cui fu ideatore e realizzatore all’Università di Roma nel maggio del 1941, e che gli costò il deferimento al Tribunale Speciale e sei mesi di carcere, è tipica del suo atteggiamento non direi assolutamente politico ma (questa gliela metto) esistenziale.
Con tre amici (un altro ne fu invitato, che si ritirò quasi subito e denunciò poi i compagni al primo interrogatorio di routine), Lucentini decise di sfogare giovanilmente il furore che provava nei confronti della stupidità del regime. Non era legato ad alcun partito, ad alcun movimento clandestino organizzato, né d’altra parte aveva mai flirtato con quei gruppi di giovani intellettuali fascisti che facevano la fronda attorno a Vittorio Mussolini e a Bottai. Nutriva anzi per costoro, come nutre oggi per i “frondisti” di qualsiasi potere costituito, un odio e un disprezzo anche più intensi che per gerarchi in orbace e stivaloni. Privo di ideologie da vendere, di modelli da proporre, e poco portato al martirio esemplare, pensò che la cosa migliore fosse di incaricare della dimostrazione i suoi stessi colleghi d’università, che erano nella stragrande maggioranza fascisti. Procedette nel modo seguente: acquistò in una cartoleria dieci pacchi di stelle filanti e un modesto kit che esiste tuttora (ne ha regalato alle mie figlie uno identico) e che si chiama “il piccolo tipografo”. Nella sua cantina approntò, per mezzo di due rulli e di pochi altri elementi di fortuna, un traballante congegno, e cominciò pazientemente a lavorare con gli altri congiurati: uno girava una manovella, l’altro alimentava d’inchiostro i tamponi, un terzo allineava i caratteri dei timbri, un quarto imprimeva sulla faccia interna di ogni stella filante, via via che si srotolava da un rullo per riavvolgersi sull’altro, frasi contro la guerra, il Duce, e simili.
Chi si sia trovato a lavorare con o per Lucentini sa che un piano del genere lo poteva concepire e attuare soltanto la sua pignoleria, leggendaria nel mondo editoriale, e non si stupirà dello scetticismo della polizia, che rifiutò di credere che il gruppetto non disponesse di una stamperia clandestina; sicché Lucentini fu infine costretto a dar prova, sotto gli occhi degli sbalorditi agenti, della sua millimetrica maestria di piccolo tipografo.
Preparati così i rotolini e rifatti i pacchetti, i quattro attesero una delle tante manifestazioni di massa che si tenevano a quei tempi sulla piazza dell’università per chiedere il 18 d’ufficio a tutti (“it rings” dice oggi Lucentini quando vede un corteo di studenti “a bell”); poi si mescolarono agli scalmanati e cominciarono a lasciar cadere surrettiziamente dalle tasche degli impermeabili e dal fondo dei calzoni le stelle filanti, sicuri che quei goliardi non avrebbero esitato, notandole in terra, a raccoglierle e gettarle spensieratamente in aria. Fu ciò che accadde, e allorché gli incauti lanciatori si avvidero di essere stati “strumentalizzati” il cortile dell’università era orma una multicolore ragnatela di scritte sovversive. Subito fu decisa una manifestazione di fede sotto il balcone del Duce, ma Fantomas-Lucentini, che stava a guardare come venissero sviluppandosi le cose, corse in un bar e telefonò in questura, avvertendo che un grosso corteo di universitari si preparava a marciare su Piazza Venezia con intenti pacifisti. Il corteo marciò, incontrò un cordone di poliziotti, fu duramente pestato e ci volle il resto della giornata per sdipanare l’imbroglio e rimandare a casa le decine di giovani fascisti arrestati.
La beffa fece molto rumore a Roma e la Gestapo ne prese accuratamente nota (trovammo poi il relativo rapporto, inviato al comando berlinese, tra i documenti del Lago Nero, negli archivi di Praga); ma mi piace di più, mi pare più rivelatore, un piccolo dettaglio tratto dal periodo che Lucentini trascorse a Regina Coeli dopo l’arresto. Qui egli fu messo nel braccio dei “politici” e per quasi sei mesi visse isolato in una cella. Poi, declassata la sua imputazione e deferito alla commissione per il confino, fu tolto dall’isolamento e sistemato per alcuni giorni con altri due, un giovane occhialuto e un distinto signore, per i quali concepì una fulminea e violenta antipatia. Sussiegosi, vacui, contenti di sé, mortalmente seri, i due gli chiesero subito – come egli dice – “la tessera” e, scoprendo che Lucentini non coltivava né fedi né ideali né programmi riconoscibili, che non apparteneva a nessuno dei vari comitati (la parola lo fa ancor oggi rabbrividire) allora operanti nell’ombra, tentarono prima di portarlo a “una presa di coscienza”, e poi lo abbandonarono al suo individualistico destino. La sera, i “politici” si scambiavano la buonanotte gridando da cella a cella.
“Dormi bene, Silvio!”
“Buon riposo, Fabrizio!”
Dall’adiacente braccio dei criminali comuni venivano sarcastiche imitazioni in falsetto.
“Dormi bbene, Romolè!”
“A Giggè! Buon Riposo!”
Clamorose pernacchie rispondevano a quei saluti, e Lucentini, che pure era un giovane ben educato, un figlio di famiglia, un fumatore di Macedonia Extra, che pure andava all’università, leggeva i filosofi, studiava il cinese, scriveva poesie d’amore alle sue amichette, che pure aveva una certa idea di come non si dovesse reggere il Paese ed era finito in carcere per manifestarla, Lucentini si trovò con sua sorpresa a parteggiare per le pernacchie.

(Carlo Fruttero, Ritratto dell’artista come anima bella, prefazione al volume Notizie degli scavi che raccoglie i tre racconti di Lucentini, Mondadori; anche in Carlo Fruttero, Mutandine di chiffon, Mondadori, 2010)

E buon 25 Aprile.

Pura “Urania”

Poco piú di un anno fa (2001) il telefono squillò a casa mia verso le due del pomeriggio. Chiamava da Vigevano, dove abita, il mio vecchio amico Lodovico Terzi. «Hai la televisione accesa? Stai vedendo?» Non stavo vedendo. «Accendi subito, succede una cosa incredibile, pura “Urania”».
Era l’11 settembre e quello che scorreva sullo schermo era effettivamente una copertina di «Urania», due grattacieli stroncati da due aerei, fiamme, fumo, gente che si gettava dalle finestre, l’America under attack. Di scene del genere ne avevamo lette e pubblicate non poche nel corso degli anni. Gli attaccanti potevano essere extraterrestri ovvero sovietici, una setta segreta con vertiginose ambizioni di conquista mondiale ovvero un gigantesco asteroide. Ma l’immagine era quella, lievemente, come dire, démodée, archiviata nella memoria di tutti i lettori di «Urania», la rivista di fantascienza «piú famosa» (diceva lo slogan di copertina), che oggi compie cinquant’anni.

(Carlo Fruttero, «Urania». 50 anni di profezie; ne I ferri del mestiere)

Forse qualche mese fa, fossero stati ancora vivi, Carlo Fruttero si sarebbe trovato di nuovo col telefono in mano. Dall’altra parte, ancora Lodovico Terzi a dirgli «Hai il computer acceso? Stai leggendo twitter?» e poi, di nuovo: «succede una cosa incredibile, pura “Urania”».

Oggi la fantascienza è un po’ in crisi, per usare un eufemismo.
Secondo me dovremmo rimetterci a leggerne almeno un po’. E almeno un po’ di più.

3 maggio: Letture e riletture di e su I FERRI DEL MESTIERE (e delle altre cose)

prosadomenicattorino

Qui c’è l’evento su facebook. Qui c’è il sito della CassetaPopular.
Là ci saremo noi.

Tenere il lupo fuori dalla porta

(Cristiano Micucci, detto Mix, ci ha mandato queste righe, che volentieri pubblichiamo)

Non c’entra niente, lo so. Però è che la prefazione de I ferri del mestiere inizia così:

«Non è certo stata mia l’idea di mettere insieme questo libro. È vero, con Lucentini abbiamo lavorato per circa mezzo secolo nel mondo dell’editoria facendo un po’ di tutto, ma senza mai avere in testa un vasto progetto, un’ambiziosa direzione, un intento che non fosse, fondamentalmente, quello di tenere il lupo fuori dalla porta.»

e quel “tenere il lupo fuori dalla porta”, sarà perché è un po’ di tempo che mi sento più a mio agio a scrivere che a fare tante altre cose (nonostante sia sempre e comunque una faticaccia), io, quando l’ho letto, mi sono sentito sollevato. E in buona compagnia.

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(La lettura de I ferri del mestiere, è provato, scatena due tipi estremi di reazione: uno è la voglia sfrenata di cominciare a scrivere; l’altro è la paura di scrivere qualsiasi cosa, comprese queste due o tre righe. NdMarco)

Anche stavolta

Non l’ho presa come una festa, devo confessare. Ripercorrere le fasi di una lunga e allegra carriera (ne abbiamo già avuti due o tre, di premi «alla carriera», tragica parola) è stato un po’ come frugare in un vecchio baule, o stilare un epitaffio. Ma nooo, protestano gli amici, è un bilancio, e un bilancio vivace, brillante, intelligente e via con gli aggettivi. Mah. Decideranno i lettori, anche stavolta.

(Carlo Fruttero, dalla prefazione a I ferri del mestiere)

E infatti i lettori hanno deciso. Anche stavolta.

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(Siamo in contatto col signor Domenico Scarpa, il curatore del libro. Può darsi che ci si incontri dentro o, sperabilmente, fuori dal Salone del Libro. Può darsi che gli faremo scrivere due righe, o rispondere a delle domande. Adesso ci pensiamo. Intanto, dalla contentezza, come si dice, ci trema l’orlo delle mutande.)