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sulla fantascienza

Urania, il numero 323 bis di Marco – Makkox – Dambrosio

Marco – Makkox – Dambrosio ha scritto sul suo blog a proposito di Richard Matheson. Gli abbiamo chiesto se potevamo pubblicare un pezzo di quell’articolo qui, il pezzo in cui non parla di Richard Matheson ma degli Urania curati da Fruttero e Lucentini e lui, molto gentilmente, ha detto sì.

«La fantascienza degli Urania, quella che in seguito, messi i baffi, e io li ho messi a 12 anni, ha definito la mia percezione più matura del termine, era curata da Fruttero e Lucentini, maestri illuminati. C’era merda a fottere anche negli Urania, eh, capiamoci, tipo Ben Bova, o Bob Shaw, o Van Vogt, che oggi io quando voglio significare scritto di merda dico alla Van Vogt, e individuo subito se tra chi m’ascolta ci sia un antico lettore di Urania, perché prende ad annuire forte.

A. E. Van Vogt sfornava merda a rullo di rotativa, me lo ritrovavo sempre tra i coglioni, era una settimana sprecata l’urania di Van Vogt, ma insomma, ero ragazzino, non selezionavo molto, il mio tempo era infinito, mi mangiavo anche A. E. Van Vogt, scuotendo la testa, sputando i semi.  Lui ci metteva un sacco di mostri coi tentacoli e astronavi e cagate di cartapesta indigeribili così, nelle sue storie.

Uff

Dice: ti piace la fantascienza come fanno a non piacerti mostri e astronavi? Ti rispondo: allora la conosci poco la fantascienza. La fantascienza non è legata a degli elementi fissi come i pezzi di un gioco, o a degli scenari definiti; ma che ti spiego a fare, probabilmente tu leggi il fantasy.

Comunque anche Van Vogt una volta ne azzeccò uno di Urania: Le lenti del potere. Era fantascienza social (sociologica la definimmo noi in italiano), a me piace molto quella branca, e lui in effetti era riuscito a scrivere un libretto di social sf assai ironico e divertente. Vabe’ insomma, per essere lui intendo.

Però, dicevo, la fantascienza che m’ha conquistato nella testa oltre che nel cuore è quella che m’hanno insegnato Fruttero e Lucentini, vai a capire se poi sia davvero quella la Science Fiction secondo le normative internazionali di genere. Esisterà una classificazione Linneo, boh.

La sf di Fruttero e Lucentini sembrava avere tante di quelle declinazioni che non mi appariva un genere letterario rigidamente normato come altri, come quella merda del fantasy, per dirne uno a caso di genere di merda.
Loro ci ficcavano dentro un po’ di tutto (tranne il fantasy, che io ricordi). Ne avevano fatto un grande territorio sperimentale del fantastico tecnologico, e anche non tecnologico in verità; del fantastico e punto, e sempre con una curiosità e un senso del gioco da bimbi.

Ecco, adoravo quel non prendersi sul serio, che a volte invece ho riscontrato nei lettori di hard sf, i talebani della sf, che se scrivi teletrasporto gli ci devi mettere anche un trattato di fisica per spiegarglielo per filo e per segno come funzioni e che sia CONVINCENTE, altrimenti alle fiamme!
Gesù quanto mi sta sui coglioni la gente così, come genere.

Faccio un esempio definitivo sulla questione sf di Fruttero e Lucentini.

Una volta uscì un Urania bis. Gli Urania bis erano numeri speciali in supplemento agli Urania “ordinari”. Io non li ho mai trovati in edicola, perché uscirono per un breve periodo poco prima che nascessi, poi la Mondadori continuò a pubblicarli come Urania Speciale ed ebbero una numerazione propria. In pratica i bis e gli speciali erano capolavori selezionati della fantascienza.

Dicevo una volta uscì un Urania bis, il numero 323 bis, che consisteva in un fumetto. Anzi, in una strip, che è un po’ diverso da storia a fumetti, vabe’, non apriamola o ci s’ammazza con altri talebani su st’altra questione, diciamo fumetto.

Quel capolavoro della fantascienza di Urania era composto da sole strip di B.C. di Johnny Hart.
Un numero di Urania, tutto fumetto?! E non un fumetto di sf, che forse ancora ancora…

Che genere è B.C.? Boh, è arte, la più grande strip di tutti i secoli, per me (meglio non aprirlo nemmeno il discorso su Johnny Hart e quanto valga B.C. o ci do fuoco a qualcuno io stavolta), ma comunque non l’avrei mai definita fantascienza. Non fino ad allora, quando Fruttero e Lucentini la inclusero nel genere.

Però, che conquista! E i lettori erano pronti: un settimanale di sf che innalza un fumetto di cavernicoli ironici a capolavoro della s.f. e nessuno che leggesse Urania regolarmente che si sia sognato di uscirsene con HEI! checcazzo mi significa mettere nei capolavori della fantascienza una cazzo di strip?!

Il numero 323 bis di Urania è per i collezionisti  il numero più raro e difficile da procurarsi dell’intera collana, dicono loro.

Tutto questo per dire che per me è esistita una fantascienza Prima dell’Avvento di Urania e una Dopo l’Avvento».

L’articolo intero: Dopo Matheson, di Makkox – Marco Dambrosio.

L’abbiamo fatto davvero – La prosa della domenica a Casseta Pop

Venerdì 3 maggio, alle 22 circa, al Casseta Popular di Grugliasco (Torino) abbiamo fatto, per la prima volta, La prosa della domenica.

Da dove stavamo noi, prima che si sedesse il pubblico, si vedeva questo.
la prosa della domenica a Casseta Pop

Poi abbiamo cominciato a leggere e Samuele Carosiello ci ha fatto delle foto.

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Qui, sulla pagina Facebook di Casseta Popular (Like) c’è l’album.

Volevamo ringraziare Valentina Garbolino, tutta Casseta Pop, Stefano Jugo: il puntualissimo Bot di Einaudi, Beatrice che ha portato il banchetto dei libri (e ne ha venduti parecchi), i Perturbazione che pur essendo vietato il dibattito ci hanno fatto una domanda (cui per fortuna Manicardi – accanito fan – sapeva rispondere) e tutti quelli che sono venuti.

Come ha detto Bonino, intervistato da Fahrenheit-Radio tre (purtroppo non c’è il podcast): -Se vien bene lo rifacciamo.

Lo rifacciamo al Salone Off di Torino, il 19 maggio.

Adorati mostri

Il fatto bello di un libro come I ferri del mestiere è che ti porta dentro a dei gangli segreti, sempre indagati dai filosofi, con alterne fortune. Qui, invece, certi nessi di causa – effetto prendono luce.

EFFETTO

Perché c’era questo di intenso nelle copertine di Urania, che l’orrore vi si alternava all’incanto, e spesso vi si combinava in un’ambiguità che mi struggeva. Odiati mostri, mostri adorati, quanto mi siete stati vicini! E voi, bizzarre creaturine perplesse, lemúridi lisci, suadenti ectoplasmi, esseri disgregati, vampireschi grumi di energia, e voi cristalli, e voi gelatine, e voi filosofe mantidi, e voi peduncolati baccelli, quanto eravate plausibili, quanto eravate perfetti! Quanto sapevate essere malinconici! Chiudo gli occhi e rivedo un cervello absoluto che naviga nello spazio, una pattuglia artica genuflessa davanti all’immensa massa madreperlacea del Grande Kirn, un ragno-aragosta sul punto di ghermire una donna addormentata in riva al mare, forme spinose gibbose radiali germinanti dalla fronte allucinata dei Figli della follia, un bulbo oculare circondato da topi, un mostro acquatico con la faccia da Paperino, una folla di figure sgomente assiepate in un cratere, un volto spolpato ricoperto da scarafaggi, un essere liquido riflesso in un specchietto retrovisore, una donna reclinata sui primi gradini di una scala infinita.

(Michele Mari, Le copertine di Urania in Tu, sanguinosa infanzia, Einaudi, 2009)

Urania

CAUSA

Eravamo in quegli anni redattori della Einaudi, una nobile, prestigiosa casa editrice, da noi soprattutto apprezzata per la sensazionale elasticità dell’orario di lavoro. Ma la vita di un topo editoriale è a conti fatti la stessa dovunque, grigie sono le sue giornate, rare le sue gioie, frequenti le sue visite al caffè dell’angolo. Altissime pile di manoscritti e volumi spediti da tutto il mondo si accumulano senza soste sul suo tavolo, rinchiudendolo fisicamente in un bunker culturale; lo soffocano mura d’intelligenza, di bella prosa, di acutissimi saggi, di sofferti romanzi, di coraggiosissimi esperimenti, di interessanti recuperi, di avanguardismi incendiari; lo incastra il meglio universale della storia, della critica, della letteratura, della psicologia, dell’archeologia, del teatro. Il prigioniero si mette allora a sognare un impossibile chiosco di benzinaio sull’Appennino toscoemiliano, un bar-tabacchi alla periferia di Vicenza, la Legione Straniera, un posto di aiuto-giardiniere al comune di Foggia.

Tale era all’incirca il nostro stato d’animo quando Sergio Solmi, poeta e saggista squisitissimo, suggerì alla Einaudi di «dare un’occhiata» alla fantascienza, cui s’era lui stesso avvicinato su consiglio del suo amico Monicelli. C’era in quegli autori, diceva Solmi, molto talento, molta genialità; lui ci stava scrivendo un saggio per «Nuovi Argomenti», ma valeva la pena di studiare il progetto di un’antologia di racconti, ce n’era per esempio uno in cui… L’idea arrivò fino al nostro tavolo di benzinai falliti, vedete un po’ voi, datevi da fare, cercate, leggete, riferite, diciamo tra due settimane.

Passarono mesi.

Un pomeriggio nuvoloso ce ne andammo in Piazza San Carlo, il salotto di Torino, dove esisteva a quel tempo un non chiaro ma provvidenziale legame tra la sede dell’Usis [United States Information Service N.d.R.] ora soppressa, e una bancarella di libri usati in un vicolo adiacente. Avevamo notato che questa bancarella era la meglio fornita della città in fatto di paperbacks americani, e la visitavamo periodicamente. Andammo scettici, le mani in tasca, la mente alla Legione Straniera. Sempre scettici, trovammo un blocco appena arrivato di libri di science fiction, che acquistammo mettendolo debitamente in conto al nostro datore di lavoro. Una trentina di volumetti abbastanza malconci, dalle copertine non specialmente allettanti, scritti da sconosciuti Clarke, Matheson, Bradbury, Sheckley, Asimov, Simak, eccetera. Ce li dividemmo e tornammo ciascuno a casa sua.

Non sapremo mai chi abbia venduto quel blocco alla bancarella, se un funzionario Usis spedito in un’altra sede, un agente delle Cia partito alla fine della sua missione, un tecnico temporaneamente distaccato alla Fiat, un importatore texano di cioccolatini torinesi, o magari un supervisore galattico che vide in noi due potenziali adepti e fabbricò la coincidenza, il fatale incontro ravvicinato. Ma è certo che a quell’ignoto personaggio dobbiamo la nostra conversione istantanea.

(Fruttero & Lucentini, I Ferri del mestiere a cura di Domenico Scarpa, Einaudi, 2003).

Urania, curatela: 1952 G. Monicelli, 1962 C. Fruttero, 1964 C. Fruttero e F. Lucentini, 1981, G. Montanari, 1990 G. Lippi.

Pura “Urania”

Poco piú di un anno fa (2001) il telefono squillò a casa mia verso le due del pomeriggio. Chiamava da Vigevano, dove abita, il mio vecchio amico Lodovico Terzi. «Hai la televisione accesa? Stai vedendo?» Non stavo vedendo. «Accendi subito, succede una cosa incredibile, pura “Urania”».
Era l’11 settembre e quello che scorreva sullo schermo era effettivamente una copertina di «Urania», due grattacieli stroncati da due aerei, fiamme, fumo, gente che si gettava dalle finestre, l’America under attack. Di scene del genere ne avevamo lette e pubblicate non poche nel corso degli anni. Gli attaccanti potevano essere extraterrestri ovvero sovietici, una setta segreta con vertiginose ambizioni di conquista mondiale ovvero un gigantesco asteroide. Ma l’immagine era quella, lievemente, come dire, démodée, archiviata nella memoria di tutti i lettori di «Urania», la rivista di fantascienza «piú famosa» (diceva lo slogan di copertina), che oggi compie cinquant’anni.

(Carlo Fruttero, «Urania». 50 anni di profezie; ne I ferri del mestiere)

Forse qualche mese fa, fossero stati ancora vivi, Carlo Fruttero si sarebbe trovato di nuovo col telefono in mano. Dall’altra parte, ancora Lodovico Terzi a dirgli «Hai il computer acceso? Stai leggendo twitter?» e poi, di nuovo: «succede una cosa incredibile, pura “Urania”».

Oggi la fantascienza è un po’ in crisi, per usare un eufemismo.
Secondo me dovremmo rimetterci a leggerne almeno un po’. E almeno un po’ di più.

La crepa nel muro

C’è una cosa che vorrei leggere, quando ci si presenterà in pubblico, che è un estratto del paragrafo sulla differenza tra il giallo e la fantascienza. Subito avevo pensato di copiarlo qui, poi ho pensato che era fatica, quindi ho provato a fotografarlo, ma sul sito non si leggeva bene, e alla fine allora ho vinto la pigrizia, l’ho trascritto, parola per parola, lettera per lettera, perché mi sembrava in qualche modo significativo. Si trova a pagina centocinquanta de I ferri del mestiere, recentemente ristampato dalla nobile casa editrice Einaudi.

A. si volta di scatto, tendendo l’orecchio. Il rumore si ripete. Nel caso del poliziesco, la spiegazione del misterioso rumore è contenuta in una cerchia molto ristretta di elementi noti, in un sistema di dati estremamente limitato nello spazio e nel tempo. Anzi, tutti sanno che quanto più è ristretta la cerchia, tanto più emozionante e sospensivo potrà riuscire il giallo, laddove quando l’assassino, poniamo, viene dall’Australia, o quando la causale del delitto implica il bisnonno dell’assassinato, quasi sempre il lettore s’addormenta a pagina 28. Nel caso della storia di fantascienza, invece, la «cerchia dei sospetti» comprende potenzialmente tutto l’universo fisico, con tutto il suo spazio e tutto il suo tempo trascorso e da trascorrere. Il rumore sentito da A., per esempio, può essere quello fatto da un mostro che occhieggia da fuori della finestra, o quello d’una strana crepa che lentamente si va allargando nel muro della stanza accanto. Ma la terra incognita che si estende dietro la mostruosità di quel mostro, dietro la stranezza di quella crepa, non c’è Fbi che basti a sorvegliarla, e le auto dell’87° Distretto, se avranno la temerarietà di avventurarvisi, difficilmente faranno ritorno. No, qui per capire cosa sta succedendo ci vorranno fior di scienziati, e per ristabilire l’ordine bisognerà mobilitare l’esercito, l’aviazione e la marina degli Stati Uniti al completo. Né è detto che gli scienziati capiranno, o che gli Stati Maggiori (i quali, anzi, due volte sì e una no ci fanno delle meschine figure), riusciranno a risolvere la situazione. Un’altra differenza col poliziesco, infatti, è che in fantascienza «la crepa nel muro», la misteriosa perturbazione dell’ordine dell’universo, non sempre si risolve con la punizione del colpevole. O meglio, non sempre il colpevole è la crepa, il mostro, l’assassino. Spesso il colpevole è l’assassinato, cioè la stessa umanità, che da sé medesima s’è tirata addosso il disastro.
[1963]

Comunque è meglio che vi comprate il libro, io ve lo dico, lo abbiamo fatto ristampare: adesso è meglio che lo compriate, altrimenti che figura ci facciamo, caspita.

Come John Lennon

Il termine fantascienza, dicono Fruttero e Lucentini a pagina sessantasette del loro I ferri del mestiere, recentemente ristampato da Einaudi, fu escogitato da Giorgio Monicelli e Alberto Mondadori, per tradurre il termine anglosassone science fiction, e ci sono, dico io, due cose notevoli, nell’invenzione del termine fantascienza, e sono, per prima cosa: che non è una traduzione, ma un’inversione dell’originale science fiction, che si potrebbe, volendo, tradurre con narrativa scientifica, e viene invece reso con fantascienza, cioè scienza di fantasia, cioè, si potrebbe dire, esattamente il contrario; per seconda cosa: che il termine fantascienza è stato inventato scientemente da due persone, e prima della loro idea la parola non esisteva, e dopo invece sì, e ora la usiamo tutti, abitualmente, tutti i giorni, nel linguaggio comune, anche in ambienti che non hanno relazione con la letteratura di genere. È come Happy Xmas (War is over) di John Lennon, prima che lui la scrivesse non esisteva, e dopo invece è esistita e esiste e ci sembra esistere da sempre. Son cose che mi fanno girare la testa di modo che riesco a vedere anche dietro la schiena, come le mosche.

Uno abbastanza pazzo per capire che la vita è un viaggio spaziale

Ricopio qui la prefazione che avevo scritto per L’ennesimo libro della fantascienza, un ebook gratuito che abbiamo pubblicato con Barabba Edizioni il 19 settembre del 2012, nel giorno del primo compleanno di Carlo Fruttero senza Carlo Fruttero. Il libro è un bel tomo digitale di 688 pagine, con più di settanta racconti, e si scarica (ripeto: gratis) da qui (in pdf, epub e mobi) o da qui.

***

Uno abbastanza pazzo per capire che la vita è un viaggio spaziale
(una specie di prefazione con una dedica alla fine)

 

Quand’ero piccolo, ma piccolo piccolo, diciamo in prima media, mia mamma m’aveva regalato di sua spontanea volontà un computer: era un Olivetti PC1, un 8086 senza disco fisso, con 512Kb di RAM, lo schermo monocromatico verde e due porte per i dischetti da tre pollici e mezzo. Ero il bambino più felice della Terra. Non che immaginassi che quel computer m’avrebbe poi condizionato la vita, le passioni, le scelte e, insomma, il futuro. Ma questa è un’altra storia.
Quand’ero piccolo, ma un po’ meno piccolo, diciamo fino alla prima superiore, quando poi me ne han comprato uno più potente e a colori e col disco fisso, con quel computer lì, con l’Olivetti PC1, ci facevo di tutto; e in particolare è sul quel computer che ho cominciato a scrivere. Mi ricordo che avevo un dischetto, con l’etichetta “RACCONTI”, in cui raccoglievo tutto quello che scrivevo nella mia stanzetta, davanti allo schermo monocromatico verde, dove avevo anche imparato a scrivere usando quasi tutte le dita e senza guardare la tastiera, che è una cosa che è come andare in bicicletta, poi uno non si dimentica più come si fa.
Chissà dov’è andato a finire, il dischetto “RACCONTI”, anche se, comunque, nel caso in cui saltasse fuori adesso, improvvisamente, non saprei davvero come fare a leggerlo. Però di due racconti che c’erano dentro mi ricordo qualcosa, non i titoli, ma mi ricordo che erano entrambi incompiuti.
In uno si parlava di un bambino che veniva strappato alla madre subito dopo il travaglio e veniva chiuso in una stanza buia da un gruppo di ricercatori; poi questi ricercatori l’avevano sfamato e lavato fino all’adolescenza, e tutte le volte che entravano nella stanza buia in cui l’avevano chiuso, gli parlavano a caso, con delle parole che non esistono, senza senso, le prime combinazioni di suoni che passavan per la testa, tipo “asdurubala scuri scalavateri” o “sberfi maraviona patori” o “pleburi tani tuttidrugini bibbi” e così via; e il bambino, arrivato a quindici o sedici anni, si era creato un linguaggio tutto suo, nella sua testa, ed era anche riuscito a scappare non ricordo come. Poi il racconto si interrompeva lì, immagino che fosse perché non sapevo come andare avanti.
Nell’altro racconto, c’era un uomo che entrava in un bar, ordinava una bevanda dal nome strano, aveva una valigetta piena di soldi ed era incazzato nero perché l’avevano fregato in certe questioni illegali che non erano specificate perché era l’inizio del racconto e si vede che volevo tenere alta la tensione; poi l’uomo, mentre beveva la bevanda dal nome strano, guardava sempre l’orologio perché aspettava qualcuno per risolvere quelle certe questioni illegali che non avevo ancora specificato, e a un certo punto guarda il bicchiere e si accorge che sta bevendo una roba blu, che era un colore sbagliato per una bevanda del genere, e allora pensa una cosa del tipo Ma guarda te che incapaci, non sanno neanche impostare bene il colore, quando esco da questa realtà virtuale del cavolo denuncio i programmatori. Poi anche quel racconto si interrompeva, immagino che fosse perché non sapevo bene come andare avanti tenendo alta la tensione.
Dev’essere stato a quei tempi lì che ho cominciato a capire di non essere uno scrittore ma un lettore (una cosa che a dirla si fa sempre bella figura, anche se è una cosa abbastanza paracula, e infatti uno che la diceva sempre era Borges). Ci ero rimasto male, a quell’età, ma dopo un po’, crescendo, ci avevo fatto la pace, con l’idea di non essere uno scrittore, men che meno uno scrittore di fantascienza, e infatti per questa raccolta chiamata L’ennesimo libro della fantascienza non ho scritto neanche un racconto.
Però un lettore sì, lo ero e lo sono sempre stato, e ora, in questo momento, che non sono più piccolo piccolo, di fantascienza ne leggo ancora a palate, anche se a trent’anni bisogna stare attenti a dove la si dice, una cosa del genere. Ma a voi posso confessarlo: io sono un appassionato di fantascienza. E anzi, meglio: io la fantascienza la amo.

Ecco, adesso, a proposito di scrittura e di fantascienza, e anche a proposito d’amore, mi viene in mente che una volta Kurt Vonnegut, era il 1965, in una convention, si rivolse direttamente agli scrittori del genere dicendo così:

Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi, quello che ci fanno gli equivoci tremendi, gli errori, gli incidenti e le catastrofi. Voi siete i soli abbastanza stupidi per tormentarvi al pensiero del tempo e delle distanze senza limiti, dei misteri imperituri, del fatto che stiamo decidendo proprio in questa epoca se il viaggio spaziale del prossimo miliardo di anni o giù di lì sarà il Paradiso o l’Inferno.

(da Dio la benedica, Signor Rosewater)

Ora, io penso che un buon appassionato di fantascienza, anche dopo che ha conosciuto la letteratura che chiamano alta come – chessò – I fratelli Karamazov, non possa mai e poi mai diventare un ex appassionato di fantascienza.
E quindi quest’anno, il 2012, è stato ed è ancora un anno particolarmente triste per ogni buon appassionato di fantascienza che si stia affacciando almeno sulla metà dei trent’anni. Perché quand’eravamo ragazzini, forse ancor prima di arrivare a Philip K. Dick o a Kurt Vonnegut, cioè a quegli autori che rimangono sullo scaffale del salotto anche dopo che il buon appassionato di fantascienza ha preso altre vie, altre letture, altra letteratura, ancor prima di arrivare lì, forse, c’erano per noi, sì, gli Asimov e i Clarke, ma c’era soprattutto Urania. E Urania, negli anni ’70 e ’80, aveva un famoso direttore coi controcoglioni, uno abbastanza pazzo per capire che la vita è un viaggio spaziale, uno che aveva abbastanza fegato per dire che:

Basta uno sciopero aeroportuale, un ingorgo sull’autostrada, per far pronunciare da milioni di persone sbigottite la domanda Ma qui dove andremo a finire?
È l’anticamera della fantascienza.

(da I ferri del mestiere. Manuale involontario di scrittura con esercizi svolti, 2004)

Anche se lui non ne ha mai veramente scritta, di fantascienza, quel famoso direttore di Urania coi controcoglioni possiamo lo stesso, secondo me, metterlo a pieno titolo nell’olimpo degli autori di fantascienza; e ogni buon appassionato che si rispetti, e che mai e poi mai diventerà un ex appassionato, lo ha amato, a suo tempo, delle volte anche senza saperlo, e lo ricorderà, ora e sempre, con gratitudine infinita.

Quel famoso direttore di Urania è morto lunedì 16 gennaio 2012, aveva 85 anni. Oggi, che è il 19 settembre 2012, se siamo stati bravi a pubblicare questo libro in tempo, quel famoso direttore di Urania coi controcoglioni avrebbe compiuto 86 anni.
Questo libro di elettroni, che forse state leggendo da uno schermo e che magari stringete tra le mani aiutandovi con un apparecchio che fino a pochi anni fa stava solo nei libri di carta di cui eravate innamorati, questo libro elettronico intitolato L’ennesimo libro della fantascienza, è dedicato a Carlo Fruttero.

Ciao, Carlo, fai buon viaggio.
E grazie di tutto, figlio di puttana.

Carpi, 19 settembre 2012