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Torino

Una grande Festa di Liberazione dalla Schiavitù del Nuovo e dell’Ultima Novità

Una volta F&L vennero invitati a parlare alla Fiera del Libro di Francoforte:

«Serse – citammo letteralmente e coraggiosamente [i Parerga und Paralipomena di Schopenhauer] – pianse, secondo Erodoto, contemplando il suo immenso esercito e riflettendo che di tutti quei guerrieri, di lì a cento anni, nessuno sarebbe più stato in vita. E chi non piangerebbe, contemplando il poderoso catalogo della Fiera, se riflettesse che di tutti quei libri non uno sarà più in vita tra dieci anni?»
Seguì un così lungo momento di silenzio da farci pensare che la cosa migliore sarebbe stata di salutare e ritirarci. Poi tutta la sala, comprese le prime file, occupate principalmente da editori e librai, scoppiò nel più caloroso, gioioso, fragoroso applauso che ci fosse mai toccato.
E proprio allora – per una soprannaturale coincidenza – le campane della vicina Cattedrale si misero a suonare a festa, portando al colmo l’entusiasmo e la gioia di tutti. Le risate e i battimani non finivano più. Era come se l’inaugurazione della Fiera, all’improvviso, si fosse trasformata in una grande Festa di Liberazione dalla Schiavitù del Nuovo e dell’Ultima Novità.

(Fruttero & Lucentini, I ferri del mestiere)

Ecco. Forse ve l’abbiamo già detto, ma noi tre prosatori domenicali proprio domenica leggiamo e presentiamo al Salone del Libro di Torino I ferri del mestiere, questa bella non-novità che abbiamo fatto ristampare.

Ci trovate dalle 15.30 alle 16.30 al Salone OFF, presso SPAZIO INCONTRI OPEN, nel Complesso Sportivo Trecate in Via Trecate 46 a Torino.
(Qui c’è il link alla pagina ufficiale del Salone; qui c’è l’evento fb.)

Non mancherà certo l’occasione per citare Schopenhauer.

L’abbiamo fatto davvero – La prosa della domenica a Casseta Pop

Venerdì 3 maggio, alle 22 circa, al Casseta Popular di Grugliasco (Torino) abbiamo fatto, per la prima volta, La prosa della domenica.

Da dove stavamo noi, prima che si sedesse il pubblico, si vedeva questo.
la prosa della domenica a Casseta Pop

Poi abbiamo cominciato a leggere e Samuele Carosiello ci ha fatto delle foto.

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Qui, sulla pagina Facebook di Casseta Popular (Like) c’è l’album.

Volevamo ringraziare Valentina Garbolino, tutta Casseta Pop, Stefano Jugo: il puntualissimo Bot di Einaudi, Beatrice che ha portato il banchetto dei libri (e ne ha venduti parecchi), i Perturbazione che pur essendo vietato il dibattito ci hanno fatto una domanda (cui per fortuna Manicardi – accanito fan – sapeva rispondere) e tutti quelli che sono venuti.

Come ha detto Bonino, intervistato da Fahrenheit-Radio tre (purtroppo non c’è il podcast): -Se vien bene lo rifacciamo.

Lo rifacciamo al Salone Off di Torino, il 19 maggio.

3 maggio: Letture e riletture di e su I FERRI DEL MESTIERE (e delle altre cose)

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Qui c’è l’evento su facebook. Qui c’è il sito della CassetaPopular.
Là ci saremo noi.

Del lugubre o di Torino

Quando stavo cercando I ferri del mestiere ho scritto alla mia amica Beatrice, che ha una libreria in Piazza Annunziata a Venaria, se per caso ne aveva una copia. Niente copia. Ora, che I ferri del mestiere è stato ristampato, le ho chiesto se mi mandava un pezzetto della Donna della domenica di Fruttero e Lucentini che le fosse piaciuto. E mi ha mandato questo.

«Ti trovavi a camminare a sud di Corso Principe Oddone, per esempio, e a un tratto dicevi, ecco, ci sono, non c’è più dubbio, è qui, questo li batte tutti, questo è il quartiere più lugubre di Torino. Ma il giorno dopo una identica certezza ti fulminava mentre attraversavi via Gioberti o via Perrone, o contornando l’ansa della Dora, o fra certe villette ai margini del Valentino, o perfino in corso Galileo Ferraris, in corso Stati Uniti. Non era questione di quartieri ricchi e quartieri poveri, come di solito succedeva nelle altre città: qui, il lugubre, evidentemente, era distribuito con puntigliosa equità, era democratico».

A me, leggere certe cose di Torino andando a naso fra le pagine di Fruttero e Lucentini, fa venire nostalgia. Di una città che non ho conosciuto o che ricordo di sguincio (i bus rossi, per esempio). Mi fa venire nostalgia anche di una città che conosco e che svanisce tra le pieghe dell’area12 e delle rotonde suicide e dei palazzoni di fronte al Ruffini, ed ecco che esce il mio vero io, bacchettona misoneista che neanche De Amicis. Mi fa venire nostalgia dei fratelli di mia nonna, basco di velluto, frittata di cipolle alle sei e mezza per cena, incursioni antelucane tra le ruggini del Balùn per trovare la serratura del frigo FIAT. Mi fa venire nostalgia di quelle cose della mia infanzia talmente radicate nello stereotipo sabaudo che a raccontarle anche Gozzano avrebbe un fremito e un’incertezza, tipo l’aperitivo da Mulassano alla domenica dopo essermi sorbita tutta la messa a Santa Cristina con mia mamma che soffoca uno sbadiglio e mi mormora sottovoce “non sbadigliare”; le calze bianche traforate la scarpina di vernice il cappottino, orripilante agli occhi di una seienne, di loden grigio topo comprato da Elena in via XX Settembre. Il cinema Statuto, bruciato, la locandina de “La Capra” accartocciata e annerita, abbassare la voce quando ci passi davanti per andare a scuola con un automatismo acquisito. Le giostre alla Pellerina giammai, a meno che non si offrisse volontaria all’accompagnamento un’altra mamma meno orripilata all’idea, il film al cinema Capitol la domenica invece spesso e volentieri. Cose così. E ci sono certe sere di primavera col cielo blu elettrico e il tredici che sferraglia e il maledetto ramo fiorito che spunta da un cancello, ne senti il profumo e ti frega, ti inchioda il cuore al porfido e ti schianta lì in un grumo di struggimento e malinconia e rimpianto per tutto, anche per ciò che non hai vissuto. Per un tempo in cui non c’eri. Per una città, che è quella in cui vivi, ma a tratti mentre ne pesti l’asfalto ti manca. Mai capito come fa.

Nel frattempo Beatrice mi ha detto che di libreria, forse, un giorno, ne apre una in centro, a Torino. Il lugubre noi, ci siamo abituati.