Quando stavo cercando I ferri del mestiere ho scritto alla mia amica Beatrice, che ha una libreria in Piazza Annunziata a Venaria, se per caso ne aveva una copia. Niente copia. Ora, che I ferri del mestiere è stato ristampato, le ho chiesto se mi mandava un pezzetto della Donna della domenica di Fruttero e Lucentini che le fosse piaciuto. E mi ha mandato questo.

«Ti trovavi a camminare a sud di Corso Principe Oddone, per esempio, e a un tratto dicevi, ecco, ci sono, non c’è più dubbio, è qui, questo li batte tutti, questo è il quartiere più lugubre di Torino. Ma il giorno dopo una identica certezza ti fulminava mentre attraversavi via Gioberti o via Perrone, o contornando l’ansa della Dora, o fra certe villette ai margini del Valentino, o perfino in corso Galileo Ferraris, in corso Stati Uniti. Non era questione di quartieri ricchi e quartieri poveri, come di solito succedeva nelle altre città: qui, il lugubre, evidentemente, era distribuito con puntigliosa equità, era democratico».

A me, leggere certe cose di Torino andando a naso fra le pagine di Fruttero e Lucentini, fa venire nostalgia. Di una città che non ho conosciuto o che ricordo di sguincio (i bus rossi, per esempio). Mi fa venire nostalgia anche di una città che conosco e che svanisce tra le pieghe dell’area12 e delle rotonde suicide e dei palazzoni di fronte al Ruffini, ed ecco che esce il mio vero io, bacchettona misoneista che neanche De Amicis. Mi fa venire nostalgia dei fratelli di mia nonna, basco di velluto, frittata di cipolle alle sei e mezza per cena, incursioni antelucane tra le ruggini del Balùn per trovare la serratura del frigo FIAT. Mi fa venire nostalgia di quelle cose della mia infanzia talmente radicate nello stereotipo sabaudo che a raccontarle anche Gozzano avrebbe un fremito e un’incertezza, tipo l’aperitivo da Mulassano alla domenica dopo essermi sorbita tutta la messa a Santa Cristina con mia mamma che soffoca uno sbadiglio e mi mormora sottovoce “non sbadigliare”; le calze bianche traforate la scarpina di vernice il cappottino, orripilante agli occhi di una seienne, di loden grigio topo comprato da Elena in via XX Settembre. Il cinema Statuto, bruciato, la locandina de “La Capra” accartocciata e annerita, abbassare la voce quando ci passi davanti per andare a scuola con un automatismo acquisito. Le giostre alla Pellerina giammai, a meno che non si offrisse volontaria all’accompagnamento un’altra mamma meno orripilata all’idea, il film al cinema Capitol la domenica invece spesso e volentieri. Cose così. E ci sono certe sere di primavera col cielo blu elettrico e il tredici che sferraglia e il maledetto ramo fiorito che spunta da un cancello, ne senti il profumo e ti frega, ti inchioda il cuore al porfido e ti schianta lì in un grumo di struggimento e malinconia e rimpianto per tutto, anche per ciò che non hai vissuto. Per un tempo in cui non c’eri. Per una città, che è quella in cui vivi, ma a tratti mentre ne pesti l’asfalto ti manca. Mai capito come fa.

Nel frattempo Beatrice mi ha detto che di libreria, forse, un giorno, ne apre una in centro, a Torino. Il lugubre noi, ci siamo abituati.