Dal blog di Carmelo di Mauro

La metacognizione, osservare i propri stati mentali o mettersi nei panni dell’altro, è un compito difficile. Sia in psicoterapia che nella vita quotidiana, uscire da se stessi per osservarsi dal punto di vista dell’altro richiede uno sforzo cognitivo notevole. Secondo alcuni teorici è la strada evolutiva che ha condotto ad uan differenziazione della soggettività dall’oggettività interpersonale. Mi spiego, la capacità di pensarsi al di fuori della propria mente, osservandosi con gli occhi dell’altro, ha creato le condizioni per delimitare ciò che è il mondo esterno da quello mentale interno.

Secondo alcuni modelli della psicologia dello sviluppo, la coscienza e le funzioni cognitive del bambino emergono dal contesto intersoggettivo, che è poi primariamente quello familiare. La qualità dei rappporti sociali crea le condizioni ideali per un buon sviluppo metacognitivo. Sono ipotesi sperimentate e che aprono intriganti prospettive per chi come me lavora nelle scuole. Pensate al ruolo che potrebbe avere l’insegnamento della parodia in classe. La parodia è la rielaborazione (metacognitiva) in forma caricaturale di un personaggio o di un genere letterario.

L’idea mi è balenata quando ho letto il libro di Fruttero & LucentiniI ferri del mestiere (trovato qui), un libro che per chi ama i libri vale la pena procurarselo e in fretta. C’è un capitolo di poche pagine intitolato ‘La parodia dell’obbligo’. Ascoltate questo brano:

Per parodiare un autore bisogna infatti conoscerlo bene, averlo capito e fatto capire a fondo. E qui sta appunto la grande utilità didattica della parodia, che misura meglio di qualsiasi esame il grado di familiarità che l’alunno ha con un dato testo, e che al tempo stesso sdrammatizza quel testo, lo porta a un livello meno ostico, remoto, minaccioso, noiso, lo rende affettuosamente frequentabile anche per il futuro.

Se sostituite l’aggettivo “didattica” con “psicologica” i giochi sono fatti. Per carità, non mi assumo nessuna responsabilità qualora gli studenti causassero risentimenti, scottature impertinenti o virtuosismi parodici che mettono in discussione le personalità dei docenti.

Non è un’operazione esente da rischi. Io stesso mi immagino davanti agli Autori del libro che, spiegando loro alla luce della parodia i miei ferri del mestiere e cioè la metacognizione, i neuroni specchio, l’autismo etc., me l’immagino silenziosi che lanciano occhiate tra loro e mi immaginano come un personaggio da fantaneuroscienza.

Mi sto parodiando, beccato.

Qui c’è l’articolo intero: L’obbligo della parodia.