La soglia di tolleranza di Lucentini è tra le più basse, forse la più bassa, che abbia mai riscontrato in vita mia.
La sua idea di trattativa è di spalancare la porta con un calcio, spianare un fucile mitragliatore Thompson, abbattere tutti i convenuti con una raffica e cominciare a discutere solo quando i necrofori stanno arrivando in anticamera. Ciò avviene perché egli ha accumulato negli anni una indelebile casistica privata di proporzioni cibernetiche, dalla quale risulta che gli uomini sono non abbastanza cattivi e fin troppo stupidi, ed è la stupidità (concetto per lui infinitamente sfumato, complesso, e che tuttavia ha racchiuso per scopi pratici in una sola monade lessicale, “stronzaggine”) che non gli riesce in alcun modo di sopportare e nella quale s’imbatte invece, o prevede d’imbattersi, continuamente.
È facile immaginare che cosa sia stato il fascismo per un uomo del genere, ma sarebbe una grave semplificazione definire Lucentini “un sincero democratico” o “un antifascista”, e l’azione provocatoria di cui fu ideatore e realizzatore all’Università di Roma nel maggio del 1941, e che gli costò il deferimento al Tribunale Speciale e sei mesi di carcere, è tipica del suo atteggiamento non direi assolutamente politico ma (questa gliela metto) esistenziale.
Con tre amici (un altro ne fu invitato, che si ritirò quasi subito e denunciò poi i compagni al primo interrogatorio di routine), Lucentini decise di sfogare giovanilmente il furore che provava nei confronti della stupidità del regime. Non era legato ad alcun partito, ad alcun movimento clandestino organizzato, né d’altra parte aveva mai flirtato con quei gruppi di giovani intellettuali fascisti che facevano la fronda attorno a Vittorio Mussolini e a Bottai. Nutriva anzi per costoro, come nutre oggi per i “frondisti” di qualsiasi potere costituito, un odio e un disprezzo anche più intensi che per gerarchi in orbace e stivaloni. Privo di ideologie da vendere, di modelli da proporre, e poco portato al martirio esemplare, pensò che la cosa migliore fosse di incaricare della dimostrazione i suoi stessi colleghi d’università, che erano nella stragrande maggioranza fascisti. Procedette nel modo seguente: acquistò in una cartoleria dieci pacchi di stelle filanti e un modesto kit che esiste tuttora (ne ha regalato alle mie figlie uno identico) e che si chiama “il piccolo tipografo”. Nella sua cantina approntò, per mezzo di due rulli e di pochi altri elementi di fortuna, un traballante congegno, e cominciò pazientemente a lavorare con gli altri congiurati: uno girava una manovella, l’altro alimentava d’inchiostro i tamponi, un terzo allineava i caratteri dei timbri, un quarto imprimeva sulla faccia interna di ogni stella filante, via via che si srotolava da un rullo per riavvolgersi sull’altro, frasi contro la guerra, il Duce, e simili.
Chi si sia trovato a lavorare con o per Lucentini sa che un piano del genere lo poteva concepire e attuare soltanto la sua pignoleria, leggendaria nel mondo editoriale, e non si stupirà dello scetticismo della polizia, che rifiutò di credere che il gruppetto non disponesse di una stamperia clandestina; sicché Lucentini fu infine costretto a dar prova, sotto gli occhi degli sbalorditi agenti, della sua millimetrica maestria di piccolo tipografo.
Preparati così i rotolini e rifatti i pacchetti, i quattro attesero una delle tante manifestazioni di massa che si tenevano a quei tempi sulla piazza dell’università per chiedere il 18 d’ufficio a tutti (“it rings” dice oggi Lucentini quando vede un corteo di studenti “a bell”); poi si mescolarono agli scalmanati e cominciarono a lasciar cadere surrettiziamente dalle tasche degli impermeabili e dal fondo dei calzoni le stelle filanti, sicuri che quei goliardi non avrebbero esitato, notandole in terra, a raccoglierle e gettarle spensieratamente in aria. Fu ciò che accadde, e allorché gli incauti lanciatori si avvidero di essere stati “strumentalizzati” il cortile dell’università era orma una multicolore ragnatela di scritte sovversive. Subito fu decisa una manifestazione di fede sotto il balcone del Duce, ma Fantomas-Lucentini, che stava a guardare come venissero sviluppandosi le cose, corse in un bar e telefonò in questura, avvertendo che un grosso corteo di universitari si preparava a marciare su Piazza Venezia con intenti pacifisti. Il corteo marciò, incontrò un cordone di poliziotti, fu duramente pestato e ci volle il resto della giornata per sdipanare l’imbroglio e rimandare a casa le decine di giovani fascisti arrestati.
La beffa fece molto rumore a Roma e la Gestapo ne prese accuratamente nota (trovammo poi il relativo rapporto, inviato al comando berlinese, tra i documenti del Lago Nero, negli archivi di Praga); ma mi piace di più, mi pare più rivelatore, un piccolo dettaglio tratto dal periodo che Lucentini trascorse a Regina Coeli dopo l’arresto. Qui egli fu messo nel braccio dei “politici” e per quasi sei mesi visse isolato in una cella. Poi, declassata la sua imputazione e deferito alla commissione per il confino, fu tolto dall’isolamento e sistemato per alcuni giorni con altri due, un giovane occhialuto e un distinto signore, per i quali concepì una fulminea e violenta antipatia. Sussiegosi, vacui, contenti di sé, mortalmente seri, i due gli chiesero subito – come egli dice – “la tessera” e, scoprendo che Lucentini non coltivava né fedi né ideali né programmi riconoscibili, che non apparteneva a nessuno dei vari comitati (la parola lo fa ancor oggi rabbrividire) allora operanti nell’ombra, tentarono prima di portarlo a “una presa di coscienza”, e poi lo abbandonarono al suo individualistico destino. La sera, i “politici” si scambiavano la buonanotte gridando da cella a cella.
“Dormi bene, Silvio!”
“Buon riposo, Fabrizio!”
Dall’adiacente braccio dei criminali comuni venivano sarcastiche imitazioni in falsetto.
“Dormi bbene, Romolè!”
“A Giggè! Buon Riposo!”
Clamorose pernacchie rispondevano a quei saluti, e Lucentini, che pure era un giovane ben educato, un figlio di famiglia, un fumatore di Macedonia Extra, che pure andava all’università, leggeva i filosofi, studiava il cinese, scriveva poesie d’amore alle sue amichette, che pure aveva una certa idea di come non si dovesse reggere il Paese ed era finito in carcere per manifestarla, Lucentini si trovò con sua sorpresa a parteggiare per le pernacchie.

(Carlo Fruttero, Ritratto dell’artista come anima bella, prefazione al volume Notizie degli scavi che raccoglie i tre racconti di Lucentini, Mondadori; anche in Carlo Fruttero, Mutandine di chiffon, Mondadori, 2010)

E buon 25 Aprile.