Come si diceva nella prima parte Domenico Scarpa che ha curato I ferri del mestiere di Fruttero e Lucentini ha incluso nel libro, verso il fondo, questa scheda di lettura.

Siamo a Milano, il 10 dicembre del 1966. A Firenze, il 4 novembre, la piena dell’Arno ha provocato la nota alluvione. Fruttero e Lucentini, che per Arnoldo Mondadori Editore curano la collana “Presadiretta”, hanno ricevuto un dattiloscritto da valutare per la pubblicazione, quella che segue è la loro risposta.

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Caro Sereni,

abbiamo ricevuto ieri da Franchi il dattiloscritto di Gerosa sull’inondazione di Firenze; ma intanto – ci informa Franchi – una copia di esso è già a Verona, in composizione per “Presadiretta”, e tutto è disposto, per l’uscita del volume. A noi, in pratica, si chiede soltanto un consenso in extremis.

Ora, se a questo punto dicessimo che il libro non ci piace e che non lo vogliamo, verremmo a trovarci nell’odiosa posizione del prefetto che fa spietatamente demolire la casa, più o meno popolare, abusivamente costruita. D’altra parte, siamo i primi a comprendere il punto di vista dell’editore, che si può riassumere cinicamente così: «per una volta che ho sottomano una catastrofe di risonanza mondiale, un mio giornalista che ci scrive sopra un libro, e una collana di alta cronaca dove infilarlo di corsa, precedendo probabilmente tutti gli altri editori, sarebbe follia non approfittarne». Il piacere (divino) di “organizzare” delle coincidenze, è così raro che non ci sentiamo di fare i guastafeste: ed è perciò su questo piano, quello dello scambio di cortesia, che non diremo di no al libro di Gerosa. […]

Ma sul piano professionale, dobbiamo dire che il volume sarà uno dei più incongrui della collana, in primo luogo perché trabocca letteralmente della più melensa retorica, a tutto svantaggio – come sempre in questi casi – della fattualità, dell’esattezza, nonché della lingua italiana. A ogni riga galleggia qualche cliché nauseabondo: «la nostra splendida gioventù», «un manipolo di eroi della civiltà», «la speranza sbocciata dal fango», «ironia della sorte», «crudeltà del destino», «questi magnifici ragazzi», ecc.; è una vera alluvione di tutto l’immenso ciarpame del “journalese” neonazionale, non senza imbarazzanti echi di genuina semantica littoria. I dialoghi che dovrebbero perlomeno tentare di riprodurre la presumibile drammaticità di quei momenti sono un capolavoro di inverosimiglianza. Le autorità sono tutte infaticabili, ardimentose, energiche, e granitiche nello spirito di sacrificio e di dedizione, come ai bei tempi: dal sindaco Bargellini («Firenze si stringe intorno al suo sindaco, vivente personificazione del suo spirito indomito») alla duchessa d’Aosta (che «ha indossato una uniforme da crocerossina ed è andata giù in Lungarno Soderini»; ma a quando la partenza per il fronte dell’Epiro?), da Saragat  al generale, dal prefetto al ministro, tutti ci fanno la più splendida e leccata figura.

Ciò che questa retorica copre è, come al solito, una larga approssimatività dell’informazione anche semplicemente turistica; il «corridoio vasariano», per esempio, non è (p.37) «il collegamento tra Palazzo Vecchio e Palazzo Pitti» ma tra gli Uffizi e Pitti, e in luogo della vaga espressione «a cavallo dell’Arno», era elementare precisare che passa sulle botteghe del Ponte Vecchio; e del crocifisso di Cimabue a Santas Croce, il Vasari non ha evidentemente mai (p.42) «scritto che segna l’atto di nascita della pittura occidentale (era chiaro a priori e abbiamo fatto presto a verificarlo); non ha senso presentare il Professor Cesare Gnudi – il misterioso «uomo in gambali» che a p. 95 qualcuno riconosce «lanciando un grido di speranza» – come «un grande esperto del restauro di Bologna», quando Gnudi a Bologna, è innanzitutto il notissimo sovrintendente alle gallerie .

Sappiamo bene che Gerosa aveva fretta, e che in ogni caso questo è il livello normale, ahimé, del giornalismo italiano; ma “Presadiretta” era nata, fra l’altro, anche per suggerire un certo stile di scrittura cronachistica, per avviare il gusto a un certo modo di raccontare i fatti veri.

Allora? Allora pazienza. Il guscio, almeno quello, indubbiamente c’è, ed è allettante. Un libro tempestivo, di un italiano, su una grossa “storia” italiana. Chiudiamo gli occhi, e facciamolo senza rimuginare troppo su quel che c’è dentro. Del resto, non lo toccheremo. sono quelle tipiche cose che, o si fanno come sono, o non si fanno per niente. Vediamo piuttosto di abbondare con le fotografie e speriamo nel dio dell’attualità. Ma non potremo permetterne più di uno, di questi strappi.

D’autorità sopprimiamo la dedica: «Ai magnifici ragazzi che hanno salvato Firenze»; c’è un limite a tutto.

Il titolo che abbiamo trovato, e che metteremo anche in occhiello, come epigrafe, spiegandone la derivazione, è un proverbio toscano:

L’ARNO NON GONFIA D’ACQUA CHIARA

col sottotitolo:

Cronaca dell’inondazione di Firenze

Stiamo d’altra parte preparando una breve nota d’introduzione che servirà da pezza giustificativa per tutti, mettendo in luce il carattere di exploit, di immediatezza, di “primo bilancio in volume” ecc.

Ma quando impareranno gli italiani, ti chiediamo dal deserto, a scrivere senza grondare melassa? Quando usciremo dall’età dell’aggettivo per entrare in quella del sostantivo?

Affettuosamente, due nuove vittime dell’alluvione

(Fruttero-Lucentini)

P.S. del 12-12:

Senti, malgrado le nostre intenzioni di non intervento, una certa ripassata abbiamo finito per dargliela. Certi errori li abbiamo corretti, le banalità o ridicolaggini più macroscopiche le abbiamo eliminate o sfumate. E poi, se pensiamo che il “Corriere della Sera”, per esempio, ha costantemente confuso – in prima pagina – Palazzo Vecchio con Palazzo Pitti («Quel gioiello che è Palazzo Pitti sotto sei metri d’acqua» annunciava un inviato) e che il raccapricciante cliché del “figlio dell’avvocato che spala manoscritti accanto a quello del ferroviere” ha fatto il giro di tutti i quotidiani italiani, il povero Gerosa è ancora al di sotto del livello di guardia.

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Il volume L’Arno non gonfia d’acqua chiara, di Guido Gerosa uscì in effetti con gran tempestività per Arnoldo Mondadori nel 1967, ma non nella collana “Presadiretta” curata da Fruttero e Lucentini, bensì in “Varie”.