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La soglia di tolleranza di Lucentini

La soglia di tolleranza di Lucentini è tra le più basse, forse la più bassa, che abbia mai riscontrato in vita mia.
La sua idea di trattativa è di spalancare la porta con un calcio, spianare un fucile mitragliatore Thompson, abbattere tutti i convenuti con una raffica e cominciare a discutere solo quando i necrofori stanno arrivando in anticamera. Ciò avviene perché egli ha accumulato negli anni una indelebile casistica privata di proporzioni cibernetiche, dalla quale risulta che gli uomini sono non abbastanza cattivi e fin troppo stupidi, ed è la stupidità (concetto per lui infinitamente sfumato, complesso, e che tuttavia ha racchiuso per scopi pratici in una sola monade lessicale, “stronzaggine”) che non gli riesce in alcun modo di sopportare e nella quale s’imbatte invece, o prevede d’imbattersi, continuamente.
È facile immaginare che cosa sia stato il fascismo per un uomo del genere, ma sarebbe una grave semplificazione definire Lucentini “un sincero democratico” o “un antifascista”, e l’azione provocatoria di cui fu ideatore e realizzatore all’Università di Roma nel maggio del 1941, e che gli costò il deferimento al Tribunale Speciale e sei mesi di carcere, è tipica del suo atteggiamento non direi assolutamente politico ma (questa gliela metto) esistenziale.
Con tre amici (un altro ne fu invitato, che si ritirò quasi subito e denunciò poi i compagni al primo interrogatorio di routine), Lucentini decise di sfogare giovanilmente il furore che provava nei confronti della stupidità del regime. Non era legato ad alcun partito, ad alcun movimento clandestino organizzato, né d’altra parte aveva mai flirtato con quei gruppi di giovani intellettuali fascisti che facevano la fronda attorno a Vittorio Mussolini e a Bottai. Nutriva anzi per costoro, come nutre oggi per i “frondisti” di qualsiasi potere costituito, un odio e un disprezzo anche più intensi che per gerarchi in orbace e stivaloni. Privo di ideologie da vendere, di modelli da proporre, e poco portato al martirio esemplare, pensò che la cosa migliore fosse di incaricare della dimostrazione i suoi stessi colleghi d’università, che erano nella stragrande maggioranza fascisti. Procedette nel modo seguente: acquistò in una cartoleria dieci pacchi di stelle filanti e un modesto kit che esiste tuttora (ne ha regalato alle mie figlie uno identico) e che si chiama “il piccolo tipografo”. Nella sua cantina approntò, per mezzo di due rulli e di pochi altri elementi di fortuna, un traballante congegno, e cominciò pazientemente a lavorare con gli altri congiurati: uno girava una manovella, l’altro alimentava d’inchiostro i tamponi, un terzo allineava i caratteri dei timbri, un quarto imprimeva sulla faccia interna di ogni stella filante, via via che si srotolava da un rullo per riavvolgersi sull’altro, frasi contro la guerra, il Duce, e simili.
Chi si sia trovato a lavorare con o per Lucentini sa che un piano del genere lo poteva concepire e attuare soltanto la sua pignoleria, leggendaria nel mondo editoriale, e non si stupirà dello scetticismo della polizia, che rifiutò di credere che il gruppetto non disponesse di una stamperia clandestina; sicché Lucentini fu infine costretto a dar prova, sotto gli occhi degli sbalorditi agenti, della sua millimetrica maestria di piccolo tipografo.
Preparati così i rotolini e rifatti i pacchetti, i quattro attesero una delle tante manifestazioni di massa che si tenevano a quei tempi sulla piazza dell’università per chiedere il 18 d’ufficio a tutti (“it rings” dice oggi Lucentini quando vede un corteo di studenti “a bell”); poi si mescolarono agli scalmanati e cominciarono a lasciar cadere surrettiziamente dalle tasche degli impermeabili e dal fondo dei calzoni le stelle filanti, sicuri che quei goliardi non avrebbero esitato, notandole in terra, a raccoglierle e gettarle spensieratamente in aria. Fu ciò che accadde, e allorché gli incauti lanciatori si avvidero di essere stati “strumentalizzati” il cortile dell’università era orma una multicolore ragnatela di scritte sovversive. Subito fu decisa una manifestazione di fede sotto il balcone del Duce, ma Fantomas-Lucentini, che stava a guardare come venissero sviluppandosi le cose, corse in un bar e telefonò in questura, avvertendo che un grosso corteo di universitari si preparava a marciare su Piazza Venezia con intenti pacifisti. Il corteo marciò, incontrò un cordone di poliziotti, fu duramente pestato e ci volle il resto della giornata per sdipanare l’imbroglio e rimandare a casa le decine di giovani fascisti arrestati.
La beffa fece molto rumore a Roma e la Gestapo ne prese accuratamente nota (trovammo poi il relativo rapporto, inviato al comando berlinese, tra i documenti del Lago Nero, negli archivi di Praga); ma mi piace di più, mi pare più rivelatore, un piccolo dettaglio tratto dal periodo che Lucentini trascorse a Regina Coeli dopo l’arresto. Qui egli fu messo nel braccio dei “politici” e per quasi sei mesi visse isolato in una cella. Poi, declassata la sua imputazione e deferito alla commissione per il confino, fu tolto dall’isolamento e sistemato per alcuni giorni con altri due, un giovane occhialuto e un distinto signore, per i quali concepì una fulminea e violenta antipatia. Sussiegosi, vacui, contenti di sé, mortalmente seri, i due gli chiesero subito – come egli dice – “la tessera” e, scoprendo che Lucentini non coltivava né fedi né ideali né programmi riconoscibili, che non apparteneva a nessuno dei vari comitati (la parola lo fa ancor oggi rabbrividire) allora operanti nell’ombra, tentarono prima di portarlo a “una presa di coscienza”, e poi lo abbandonarono al suo individualistico destino. La sera, i “politici” si scambiavano la buonanotte gridando da cella a cella.
“Dormi bene, Silvio!”
“Buon riposo, Fabrizio!”
Dall’adiacente braccio dei criminali comuni venivano sarcastiche imitazioni in falsetto.
“Dormi bbene, Romolè!”
“A Giggè! Buon Riposo!”
Clamorose pernacchie rispondevano a quei saluti, e Lucentini, che pure era un giovane ben educato, un figlio di famiglia, un fumatore di Macedonia Extra, che pure andava all’università, leggeva i filosofi, studiava il cinese, scriveva poesie d’amore alle sue amichette, che pure aveva una certa idea di come non si dovesse reggere il Paese ed era finito in carcere per manifestarla, Lucentini si trovò con sua sorpresa a parteggiare per le pernacchie.

(Carlo Fruttero, Ritratto dell’artista come anima bella, prefazione al volume Notizie degli scavi che raccoglie i tre racconti di Lucentini, Mondadori; anche in Carlo Fruttero, Mutandine di chiffon, Mondadori, 2010)

E buon 25 Aprile.

Adorati mostri

Il fatto bello di un libro come I ferri del mestiere è che ti porta dentro a dei gangli segreti, sempre indagati dai filosofi, con alterne fortune. Qui, invece, certi nessi di causa – effetto prendono luce.

EFFETTO

Perché c’era questo di intenso nelle copertine di Urania, che l’orrore vi si alternava all’incanto, e spesso vi si combinava in un’ambiguità che mi struggeva. Odiati mostri, mostri adorati, quanto mi siete stati vicini! E voi, bizzarre creaturine perplesse, lemúridi lisci, suadenti ectoplasmi, esseri disgregati, vampireschi grumi di energia, e voi cristalli, e voi gelatine, e voi filosofe mantidi, e voi peduncolati baccelli, quanto eravate plausibili, quanto eravate perfetti! Quanto sapevate essere malinconici! Chiudo gli occhi e rivedo un cervello absoluto che naviga nello spazio, una pattuglia artica genuflessa davanti all’immensa massa madreperlacea del Grande Kirn, un ragno-aragosta sul punto di ghermire una donna addormentata in riva al mare, forme spinose gibbose radiali germinanti dalla fronte allucinata dei Figli della follia, un bulbo oculare circondato da topi, un mostro acquatico con la faccia da Paperino, una folla di figure sgomente assiepate in un cratere, un volto spolpato ricoperto da scarafaggi, un essere liquido riflesso in un specchietto retrovisore, una donna reclinata sui primi gradini di una scala infinita.

(Michele Mari, Le copertine di Urania in Tu, sanguinosa infanzia, Einaudi, 2009)

Urania

CAUSA

Eravamo in quegli anni redattori della Einaudi, una nobile, prestigiosa casa editrice, da noi soprattutto apprezzata per la sensazionale elasticità dell’orario di lavoro. Ma la vita di un topo editoriale è a conti fatti la stessa dovunque, grigie sono le sue giornate, rare le sue gioie, frequenti le sue visite al caffè dell’angolo. Altissime pile di manoscritti e volumi spediti da tutto il mondo si accumulano senza soste sul suo tavolo, rinchiudendolo fisicamente in un bunker culturale; lo soffocano mura d’intelligenza, di bella prosa, di acutissimi saggi, di sofferti romanzi, di coraggiosissimi esperimenti, di interessanti recuperi, di avanguardismi incendiari; lo incastra il meglio universale della storia, della critica, della letteratura, della psicologia, dell’archeologia, del teatro. Il prigioniero si mette allora a sognare un impossibile chiosco di benzinaio sull’Appennino toscoemiliano, un bar-tabacchi alla periferia di Vicenza, la Legione Straniera, un posto di aiuto-giardiniere al comune di Foggia.

Tale era all’incirca il nostro stato d’animo quando Sergio Solmi, poeta e saggista squisitissimo, suggerì alla Einaudi di «dare un’occhiata» alla fantascienza, cui s’era lui stesso avvicinato su consiglio del suo amico Monicelli. C’era in quegli autori, diceva Solmi, molto talento, molta genialità; lui ci stava scrivendo un saggio per «Nuovi Argomenti», ma valeva la pena di studiare il progetto di un’antologia di racconti, ce n’era per esempio uno in cui… L’idea arrivò fino al nostro tavolo di benzinai falliti, vedete un po’ voi, datevi da fare, cercate, leggete, riferite, diciamo tra due settimane.

Passarono mesi.

Un pomeriggio nuvoloso ce ne andammo in Piazza San Carlo, il salotto di Torino, dove esisteva a quel tempo un non chiaro ma provvidenziale legame tra la sede dell’Usis [United States Information Service N.d.R.] ora soppressa, e una bancarella di libri usati in un vicolo adiacente. Avevamo notato che questa bancarella era la meglio fornita della città in fatto di paperbacks americani, e la visitavamo periodicamente. Andammo scettici, le mani in tasca, la mente alla Legione Straniera. Sempre scettici, trovammo un blocco appena arrivato di libri di science fiction, che acquistammo mettendolo debitamente in conto al nostro datore di lavoro. Una trentina di volumetti abbastanza malconci, dalle copertine non specialmente allettanti, scritti da sconosciuti Clarke, Matheson, Bradbury, Sheckley, Asimov, Simak, eccetera. Ce li dividemmo e tornammo ciascuno a casa sua.

Non sapremo mai chi abbia venduto quel blocco alla bancarella, se un funzionario Usis spedito in un’altra sede, un agente delle Cia partito alla fine della sua missione, un tecnico temporaneamente distaccato alla Fiat, un importatore texano di cioccolatini torinesi, o magari un supervisore galattico che vide in noi due potenziali adepti e fabbricò la coincidenza, il fatale incontro ravvicinato. Ma è certo che a quell’ignoto personaggio dobbiamo la nostra conversione istantanea.

(Fruttero & Lucentini, I Ferri del mestiere a cura di Domenico Scarpa, Einaudi, 2003).

Urania, curatela: 1952 G. Monicelli, 1962 C. Fruttero, 1964 C. Fruttero e F. Lucentini, 1981, G. Montanari, 1990 G. Lippi.

Pura “Urania”

Poco piú di un anno fa (2001) il telefono squillò a casa mia verso le due del pomeriggio. Chiamava da Vigevano, dove abita, il mio vecchio amico Lodovico Terzi. «Hai la televisione accesa? Stai vedendo?» Non stavo vedendo. «Accendi subito, succede una cosa incredibile, pura “Urania”».
Era l’11 settembre e quello che scorreva sullo schermo era effettivamente una copertina di «Urania», due grattacieli stroncati da due aerei, fiamme, fumo, gente che si gettava dalle finestre, l’America under attack. Di scene del genere ne avevamo lette e pubblicate non poche nel corso degli anni. Gli attaccanti potevano essere extraterrestri ovvero sovietici, una setta segreta con vertiginose ambizioni di conquista mondiale ovvero un gigantesco asteroide. Ma l’immagine era quella, lievemente, come dire, démodée, archiviata nella memoria di tutti i lettori di «Urania», la rivista di fantascienza «piú famosa» (diceva lo slogan di copertina), che oggi compie cinquant’anni.

(Carlo Fruttero, «Urania». 50 anni di profezie; ne I ferri del mestiere)

Forse qualche mese fa, fossero stati ancora vivi, Carlo Fruttero si sarebbe trovato di nuovo col telefono in mano. Dall’altra parte, ancora Lodovico Terzi a dirgli «Hai il computer acceso? Stai leggendo twitter?» e poi, di nuovo: «succede una cosa incredibile, pura “Urania”».

Oggi la fantascienza è un po’ in crisi, per usare un eufemismo.
Secondo me dovremmo rimetterci a leggerne almeno un po’. E almeno un po’ di più.

3 maggio: Letture e riletture di e su I FERRI DEL MESTIERE (e delle altre cose)

prosadomenicattorino

Qui c’è l’evento su facebook. Qui c’è il sito della CassetaPopular.
Là ci saremo noi.

L’errore

Fruttero e Lucentini una volta hanno fatto una trasmissione televisiva che si chiamava L’arte di non leggere.

In questa trasmissione parlano di grandi libri dell’umanità, tra questi il Don Chisciotte, che – dicono – non si può leggere tutto. Se ci si fa prendere della mania della completezza, se tutto è sacro, la gente poi si stufa e non legge più. Invece bisogna passeggiare tra i libri, divertirsi -dicevano.

Tra i grandi libri dell’umanità, prima del Chisciotte Fruttero e Lucentini, nella trasmissione L’arte di non leggere, avevano parlato di Pinocchio, rimandando Proust, perché «Proust è spinoso».

A me è appena capitato di rileggere Pinocchio, che è pieno di parole sorprendenti, come “aggranchite” e altre ancora, di momenti comici inaspettati: «Crepa, Alidoro», e ho visto il nuovo film della Lanterna magica che è molto bello.

Nel Pinocchio, un libro parallelo, Giorgio Manganelli scrive:

Signori e signori,

vorrei mi fosse consentito porgere un grato congedo a maestro Ciliegia, che ha non senza decoro, e con l’inettitudine che egli ha in comune con noi, eseguito un compito né facile né lusinghiero: non dimentichiamo che egli è l’unico nostro rappresentante, colui il cui unico destino è l’errore.

e poche pagine dopo

Le parole non sono antropocentriche, nessuno le «scrive», non «vogliono dire» nulla, non hanno nula da dire. Come l’universo, sono inutili. […] le parole non conoscono errore. Se una parola «sbaglia» l’universo si adegua immediatamente.

Tenere il lupo fuori dalla porta

(Cristiano Micucci, detto Mix, ci ha mandato queste righe, che volentieri pubblichiamo)

Non c’entra niente, lo so. Però è che la prefazione de I ferri del mestiere inizia così:

«Non è certo stata mia l’idea di mettere insieme questo libro. È vero, con Lucentini abbiamo lavorato per circa mezzo secolo nel mondo dell’editoria facendo un po’ di tutto, ma senza mai avere in testa un vasto progetto, un’ambiziosa direzione, un intento che non fosse, fondamentalmente, quello di tenere il lupo fuori dalla porta.»

e quel “tenere il lupo fuori dalla porta”, sarà perché è un po’ di tempo che mi sento più a mio agio a scrivere che a fare tante altre cose (nonostante sia sempre e comunque una faticaccia), io, quando l’ho letto, mi sono sentito sollevato. E in buona compagnia.

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(La lettura de I ferri del mestiere, è provato, scatena due tipi estremi di reazione: uno è la voglia sfrenata di cominciare a scrivere; l’altro è la paura di scrivere qualsiasi cosa, comprese queste due o tre righe. NdMarco)

La crepa nel muro

C’è una cosa che vorrei leggere, quando ci si presenterà in pubblico, che è un estratto del paragrafo sulla differenza tra il giallo e la fantascienza. Subito avevo pensato di copiarlo qui, poi ho pensato che era fatica, quindi ho provato a fotografarlo, ma sul sito non si leggeva bene, e alla fine allora ho vinto la pigrizia, l’ho trascritto, parola per parola, lettera per lettera, perché mi sembrava in qualche modo significativo. Si trova a pagina centocinquanta de I ferri del mestiere, recentemente ristampato dalla nobile casa editrice Einaudi.

A. si volta di scatto, tendendo l’orecchio. Il rumore si ripete. Nel caso del poliziesco, la spiegazione del misterioso rumore è contenuta in una cerchia molto ristretta di elementi noti, in un sistema di dati estremamente limitato nello spazio e nel tempo. Anzi, tutti sanno che quanto più è ristretta la cerchia, tanto più emozionante e sospensivo potrà riuscire il giallo, laddove quando l’assassino, poniamo, viene dall’Australia, o quando la causale del delitto implica il bisnonno dell’assassinato, quasi sempre il lettore s’addormenta a pagina 28. Nel caso della storia di fantascienza, invece, la «cerchia dei sospetti» comprende potenzialmente tutto l’universo fisico, con tutto il suo spazio e tutto il suo tempo trascorso e da trascorrere. Il rumore sentito da A., per esempio, può essere quello fatto da un mostro che occhieggia da fuori della finestra, o quello d’una strana crepa che lentamente si va allargando nel muro della stanza accanto. Ma la terra incognita che si estende dietro la mostruosità di quel mostro, dietro la stranezza di quella crepa, non c’è Fbi che basti a sorvegliarla, e le auto dell’87° Distretto, se avranno la temerarietà di avventurarvisi, difficilmente faranno ritorno. No, qui per capire cosa sta succedendo ci vorranno fior di scienziati, e per ristabilire l’ordine bisognerà mobilitare l’esercito, l’aviazione e la marina degli Stati Uniti al completo. Né è detto che gli scienziati capiranno, o che gli Stati Maggiori (i quali, anzi, due volte sì e una no ci fanno delle meschine figure), riusciranno a risolvere la situazione. Un’altra differenza col poliziesco, infatti, è che in fantascienza «la crepa nel muro», la misteriosa perturbazione dell’ordine dell’universo, non sempre si risolve con la punizione del colpevole. O meglio, non sempre il colpevole è la crepa, il mostro, l’assassino. Spesso il colpevole è l’assassinato, cioè la stessa umanità, che da sé medesima s’è tirata addosso il disastro.
[1963]

Comunque è meglio che vi comprate il libro, io ve lo dico, lo abbiamo fatto ristampare: adesso è meglio che lo compriate, altrimenti che figura ci facciamo, caspita.

Anche stavolta

Non l’ho presa come una festa, devo confessare. Ripercorrere le fasi di una lunga e allegra carriera (ne abbiamo già avuti due o tre, di premi «alla carriera», tragica parola) è stato un po’ come frugare in un vecchio baule, o stilare un epitaffio. Ma nooo, protestano gli amici, è un bilancio, e un bilancio vivace, brillante, intelligente e via con gli aggettivi. Mah. Decideranno i lettori, anche stavolta.

(Carlo Fruttero, dalla prefazione a I ferri del mestiere)

E infatti i lettori hanno deciso. Anche stavolta.

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(Siamo in contatto col signor Domenico Scarpa, il curatore del libro. Può darsi che ci si incontri dentro o, sperabilmente, fuori dal Salone del Libro. Può darsi che gli faremo scrivere due righe, o rispondere a delle domande. Adesso ci pensiamo. Intanto, dalla contentezza, come si dice, ci trema l’orlo delle mutande.)

La stessa faccia (parte seconda)

Come si diceva nella prima parte Domenico Scarpa che ha curato I ferri del mestiere di Fruttero e Lucentini ha incluso nel libro, verso il fondo, questa scheda di lettura.

Siamo a Milano, il 10 dicembre del 1966. A Firenze, il 4 novembre, la piena dell’Arno ha provocato la nota alluvione. Fruttero e Lucentini, che per Arnoldo Mondadori Editore curano la collana “Presadiretta”, hanno ricevuto un dattiloscritto da valutare per la pubblicazione, quella che segue è la loro risposta.

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Caro Sereni,

abbiamo ricevuto ieri da Franchi il dattiloscritto di Gerosa sull’inondazione di Firenze; ma intanto – ci informa Franchi – una copia di esso è già a Verona, in composizione per “Presadiretta”, e tutto è disposto, per l’uscita del volume. A noi, in pratica, si chiede soltanto un consenso in extremis.

Ora, se a questo punto dicessimo che il libro non ci piace e che non lo vogliamo, verremmo a trovarci nell’odiosa posizione del prefetto che fa spietatamente demolire la casa, più o meno popolare, abusivamente costruita. D’altra parte, siamo i primi a comprendere il punto di vista dell’editore, che si può riassumere cinicamente così: «per una volta che ho sottomano una catastrofe di risonanza mondiale, un mio giornalista che ci scrive sopra un libro, e una collana di alta cronaca dove infilarlo di corsa, precedendo probabilmente tutti gli altri editori, sarebbe follia non approfittarne». Il piacere (divino) di “organizzare” delle coincidenze, è così raro che non ci sentiamo di fare i guastafeste: ed è perciò su questo piano, quello dello scambio di cortesia, che non diremo di no al libro di Gerosa. […]

Ma sul piano professionale, dobbiamo dire che il volume sarà uno dei più incongrui della collana, in primo luogo perché trabocca letteralmente della più melensa retorica, a tutto svantaggio – come sempre in questi casi – della fattualità, dell’esattezza, nonché della lingua italiana. A ogni riga galleggia qualche cliché nauseabondo: «la nostra splendida gioventù», «un manipolo di eroi della civiltà», «la speranza sbocciata dal fango», «ironia della sorte», «crudeltà del destino», «questi magnifici ragazzi», ecc.; è una vera alluvione di tutto l’immenso ciarpame del “journalese” neonazionale, non senza imbarazzanti echi di genuina semantica littoria. I dialoghi che dovrebbero perlomeno tentare di riprodurre la presumibile drammaticità di quei momenti sono un capolavoro di inverosimiglianza. Le autorità sono tutte infaticabili, ardimentose, energiche, e granitiche nello spirito di sacrificio e di dedizione, come ai bei tempi: dal sindaco Bargellini («Firenze si stringe intorno al suo sindaco, vivente personificazione del suo spirito indomito») alla duchessa d’Aosta (che «ha indossato una uniforme da crocerossina ed è andata giù in Lungarno Soderini»; ma a quando la partenza per il fronte dell’Epiro?), da Saragat  al generale, dal prefetto al ministro, tutti ci fanno la più splendida e leccata figura.

Ciò che questa retorica copre è, come al solito, una larga approssimatività dell’informazione anche semplicemente turistica; il «corridoio vasariano», per esempio, non è (p.37) «il collegamento tra Palazzo Vecchio e Palazzo Pitti» ma tra gli Uffizi e Pitti, e in luogo della vaga espressione «a cavallo dell’Arno», era elementare precisare che passa sulle botteghe del Ponte Vecchio; e del crocifisso di Cimabue a Santas Croce, il Vasari non ha evidentemente mai (p.42) «scritto che segna l’atto di nascita della pittura occidentale (era chiaro a priori e abbiamo fatto presto a verificarlo); non ha senso presentare il Professor Cesare Gnudi – il misterioso «uomo in gambali» che a p. 95 qualcuno riconosce «lanciando un grido di speranza» – come «un grande esperto del restauro di Bologna», quando Gnudi a Bologna, è innanzitutto il notissimo sovrintendente alle gallerie .

Sappiamo bene che Gerosa aveva fretta, e che in ogni caso questo è il livello normale, ahimé, del giornalismo italiano; ma “Presadiretta” era nata, fra l’altro, anche per suggerire un certo stile di scrittura cronachistica, per avviare il gusto a un certo modo di raccontare i fatti veri.

Allora? Allora pazienza. Il guscio, almeno quello, indubbiamente c’è, ed è allettante. Un libro tempestivo, di un italiano, su una grossa “storia” italiana. Chiudiamo gli occhi, e facciamolo senza rimuginare troppo su quel che c’è dentro. Del resto, non lo toccheremo. sono quelle tipiche cose che, o si fanno come sono, o non si fanno per niente. Vediamo piuttosto di abbondare con le fotografie e speriamo nel dio dell’attualità. Ma non potremo permetterne più di uno, di questi strappi.

D’autorità sopprimiamo la dedica: «Ai magnifici ragazzi che hanno salvato Firenze»; c’è un limite a tutto.

Il titolo che abbiamo trovato, e che metteremo anche in occhiello, come epigrafe, spiegandone la derivazione, è un proverbio toscano:

L’ARNO NON GONFIA D’ACQUA CHIARA

col sottotitolo:

Cronaca dell’inondazione di Firenze

Stiamo d’altra parte preparando una breve nota d’introduzione che servirà da pezza giustificativa per tutti, mettendo in luce il carattere di exploit, di immediatezza, di “primo bilancio in volume” ecc.

Ma quando impareranno gli italiani, ti chiediamo dal deserto, a scrivere senza grondare melassa? Quando usciremo dall’età dell’aggettivo per entrare in quella del sostantivo?

Affettuosamente, due nuove vittime dell’alluvione

(Fruttero-Lucentini)

P.S. del 12-12:

Senti, malgrado le nostre intenzioni di non intervento, una certa ripassata abbiamo finito per dargliela. Certi errori li abbiamo corretti, le banalità o ridicolaggini più macroscopiche le abbiamo eliminate o sfumate. E poi, se pensiamo che il “Corriere della Sera”, per esempio, ha costantemente confuso – in prima pagina – Palazzo Vecchio con Palazzo Pitti («Quel gioiello che è Palazzo Pitti sotto sei metri d’acqua» annunciava un inviato) e che il raccapricciante cliché del “figlio dell’avvocato che spala manoscritti accanto a quello del ferroviere” ha fatto il giro di tutti i quotidiani italiani, il povero Gerosa è ancora al di sotto del livello di guardia.

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Il volume L’Arno non gonfia d’acqua chiara, di Guido Gerosa uscì in effetti con gran tempestività per Arnoldo Mondadori nel 1967, ma non nella collana “Presadiretta” curata da Fruttero e Lucentini, bensì in “Varie”.

Come John Lennon

Il termine fantascienza, dicono Fruttero e Lucentini a pagina sessantasette del loro I ferri del mestiere, recentemente ristampato da Einaudi, fu escogitato da Giorgio Monicelli e Alberto Mondadori, per tradurre il termine anglosassone science fiction, e ci sono, dico io, due cose notevoli, nell’invenzione del termine fantascienza, e sono, per prima cosa: che non è una traduzione, ma un’inversione dell’originale science fiction, che si potrebbe, volendo, tradurre con narrativa scientifica, e viene invece reso con fantascienza, cioè scienza di fantasia, cioè, si potrebbe dire, esattamente il contrario; per seconda cosa: che il termine fantascienza è stato inventato scientemente da due persone, e prima della loro idea la parola non esisteva, e dopo invece sì, e ora la usiamo tutti, abitualmente, tutti i giorni, nel linguaggio comune, anche in ambienti che non hanno relazione con la letteratura di genere. È come Happy Xmas (War is over) di John Lennon, prima che lui la scrivesse non esisteva, e dopo invece è esistita e esiste e ci sembra esistere da sempre. Son cose che mi fanno girare la testa di modo che riesco a vedere anche dietro la schiena, come le mosche.