Poco piú di un anno fa (2001) il telefono squillò a casa mia verso le due del pomeriggio. Chiamava da Vigevano, dove abita, il mio vecchio amico Lodovico Terzi. «Hai la televisione accesa? Stai vedendo?» Non stavo vedendo. «Accendi subito, succede una cosa incredibile, pura “Urania”».
Era l’11 settembre e quello che scorreva sullo schermo era effettivamente una copertina di «Urania», due grattacieli stroncati da due aerei, fiamme, fumo, gente che si gettava dalle finestre, l’America under attack. Di scene del genere ne avevamo lette e pubblicate non poche nel corso degli anni. Gli attaccanti potevano essere extraterrestri ovvero sovietici, una setta segreta con vertiginose ambizioni di conquista mondiale ovvero un gigantesco asteroide. Ma l’immagine era quella, lievemente, come dire, démodée, archiviata nella memoria di tutti i lettori di «Urania», la rivista di fantascienza «piú famosa» (diceva lo slogan di copertina), che oggi compie cinquant’anni.

(Carlo Fruttero, «Urania». 50 anni di profezie; ne I ferri del mestiere)

Forse qualche mese fa, fossero stati ancora vivi, Carlo Fruttero si sarebbe trovato di nuovo col telefono in mano. Dall’altra parte, ancora Lodovico Terzi a dirgli «Hai il computer acceso? Stai leggendo twitter?» e poi, di nuovo: «succede una cosa incredibile, pura “Urania”».

Oggi la fantascienza è un po’ in crisi, per usare un eufemismo.
Secondo me dovremmo rimetterci a leggerne almeno un po’. E almeno un po’ di più.