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Tag: Carlo Fruttero e Franco Lucentini

La scrivania dei Ferri del mestiere

Ieri, al Salone Off di Torino, abbiamo fatto la seconda dei Ferri del mestiere. Poco prima di cominciare, da dove eravamo noi, la scrivania dei Ferri del mestiere era così.

scrivania_ferriPoi abbiamo cominciato.

Un altro pianeta – Domenico Scarpa sui Ferri del mestiere

La prima riga dei Ferri del mestiere, l’inizio della prefazione di Carlo Fruttero al manuale involontario di scrittura che Einaudi ha ristampato, dopo qualche insistenza via Twitter, è: «Non è certo stata mia l’idea di mettere insieme questo libro».

Allora l’abbiamo chiesto a Domenico Scarpa, di chi è stata l’idea.

Come è nato il libro?

I ferri del mestiere è venuto fuori da una collezione di ritagli. Ero un ragazzino non giovane per l’età che avevo. A sedici anni cominciai a comprare tutti i giorni un quotidiano, e più di uno appena scoprii l’esistenza dei supplementi culturali. Verso la fine dell’estate ’81 lessi sulla «Stampa» un articolo diverso da tutti quelli che mi era mai capitato di vedere su un giornale. S’intitolava Sherlock Holmes e l’enigma dei fuochi estivi. In giro per le colline della Toscana, Holmes interrogava i contadini per scoprire chi fossero i piromani che incendiavano – ogni anno che passava era peggio – i boschi italiani. E c’era quest’invenzione di far muovere un nitido detective inglese, perfettamente figurinato in ogni tic di vestiario, di gesti, di linguaggio (e si capiva che il tutto era fatto con poco, come dalla mano di un disegnatore satirico che fosse anche un monaco miniaturista), di far muovere, dicevo, Sherlock Holmes sullo sfondo del paesaggio italiano, a tu per tu con i villici italioti che gli parlavano o piuttosto gli grugnivano nei loro dialetti mezzo medievali. Era la parodia: ma non lo sapevo. Era l’incidente frontale tra due stereotipi: e non lo sapevo. Non sapevo niente ma mi accorgevo di tutto, perché quell’articolo si stampò – come i successivi pezzi dell’«Agenda di F. & L.», così si chiamava la loro rubrica che da quel momento in poi cominciai ad aspettare, a cercare – nella memoria.

Nell’estate 1981 cominciai a ritagliare le pagine culturali dei giornali, e non solo quelle. Facevo teatro e ritagliavo recensioni, avrei voluto fare il giornalista e ritagliavo Enzo Biagi e Luca Goldoni. Ritagliavo le terze pagine: uscivano Calvino, Manganelli, Parise, Fortini. Tranne Calvino, non avevo mai sentito nominare nessuno di loro ma li riconoscevo: saltavano su, s’imponevano, si facevano cercare, anche quando ti diffidavano dal leggerli perché respingentemente ardui (Fortini) si facevano ricordare e conservare. (I supplementi culturali li conservavo interi, per risfogliarli, perché spesso c’erano articoli interessanti su ambedue le facciate di un foglio. Andavo a memoria, a un certo momento impostati delle schede-foglietti che non aggiornai praticamente mai. Non sapevo dove sarei arrivato col tenere un archivio: sarei arrivato fino a oggi, in modo tutto diverso anche se i ritagli dell’81 sono ancora lì, ma questa è una storia diversa).

Diversi da tutti gli altri erano F. & L. Parlavano dell’Italia di allora, dei libri di allora, dei classici da leggere, di musica e di cinema (quando scoprii la loro rubrica settimanale su «Epoca», nel 1983!) e di pittura: parlavano dei politici di allora, e li sfottevano come nessuno, nemmeno Enzo Biagi e Fortebraccio (che aveva smesso di scrivere, ma collezionavo le raccolte dei suoi corsivi) sapeva fare. Sapevano tutto di ogni pietra che si calpestava allora, ma sembrava che appartenessero a un altro pianeta e che la loro non fosse la voce di una persona, che non avesse un io: inesorabile, disinteressata, divertita, appassionata e indignata ma senza acrimonia nel secondo caso e senza melensaggini nel primo.

A quei tempi non avrei mai saputo pensare queste cose con la facilità con cui le dico ora e che mi fa rabbia proprio perché troppo facile. Tantomeno le avrei sapute dire. Meglio così, perché mi potevo ruminare un bolo oscuro di pensieri e di memorie ossessive (è così che si impara) destinato a fare massa con gli anni, e a cedere un’informazione alla volta nei momenti più inaspettati, un legame, un filo che portava altrove, una tracia che teneva uniti due pezzi letti a distanza di anni, due film di cui loro avevano parlato, due libri letti grazie alla loro indicazione (tutto Vittorio Sereni, Orwell di Omaggio alla Catalogna).

Come nasce un libro? Nasce come una concrezione minerale o come una evoluzione biologica, in tempi mentali che nella realtà di una testa pensante sono lunghissimi perché nel tempo si attraversano diverse persone che portano il tuo stesso nome e si passano lo stesso bagaglio di ritagli, e ogni volta lo ricordano, lo ripetono e lo trasformano, lo interpretano, lo esaltano e lo rinnegano, ci bisticciano senza dire niente a nessuno. Per noi che non cambiamo pelle quel bagaglio è un pelo che diventa sempre più folto. Per uno che ha cominciato così già a sedici anni, una durata di vent’anni, quelli che dovevano passare dopo quel 1981, sono più di una vita, sono una mutazione irriconoscibile; e i testi che rimangono nell’impedimento che ti porti dietro (dici a te stesso che è poco, ma sai che non è quantificabile: tant’è vero che non lo pesi e non lo misuri) sono quello che poi troverai rovistando in mezzo alla cenere.

I pezzi di F. & L. non li ho mai perduti, mentre quelli di Biagi e Goldoni non ci sono più, e quelli di Ceronetti e Citati (amici di F. & L., letti anche grazie a loro due benché li trovassi lì di fianco sugli stessi giornali) non vado più a guardarmeli nelle cartelle dove stanno alla rinfusa.

Fare un libro significa mettere ordine in un disordine apparente. I testi si muovono da fermi, sono loro a dirti dove vogliono andare e stare: si accoppiano e si respingono, fanno gruppo e sistema e comunella. A un certo punto emerge involontariamente un disegno, ed è questa una prima spiegazione dell’aggettivo «involontario» che è nel sottotitolo dei Ferri del mestiere: usciti nel 2003, a ventidue anni di distanza dal primo ritaglio, ma a distanza di un anno solo dal progetto che venne fuori con una facilità disarmante, come l’O di Giotto. Ma Giotto non ero io: erano loro.

Come hai scelto i pezzi che lo compongono?

È come se avessi già risposto nella domanda precedente, ma tanto, ogni storia si può raccontare in tanti modi facendola incominciare ogni volta da un punto diverso, con uno sviluppo diverso.

Fra gli scrittori che F. & L. mi avevano fatto conoscere c’era anche L.: Franco Lucentini, quando scriveva da solo, prima di fare coppia con Fruttero. Ed era stato Citati a parlarne: citando in un articolo uscito sul «Corriere della Sera» un ritratto di L. che F. aveva scritto molti anni prima, nel 1973, quando io avevo otto anni. Un ritratto, diceva Citati, paragonabile alle Vite parallele di Plutarco. E pur facendo la tara alle enfasi di Citati (io allora me le bevevo tutte) ci credevo. Dovevo andare a cercare il ritratto e i racconti. Finalmente frequentavo Napoli, una città con librerie, bancarelle e biblioteche. Trovai Notizie degli scavi nell’edizione Mondadori 1973, quella con il Ritratto dell’artista come anima bella di Carlo Fruttero, trenta pagine (la misura delle Vite parallele per l’appunto, come Citati, interpellato, faceva presente all’amico Fruttero che era incerto sul punto dove interrompere il suo testo) che aprivano la raccolta dei tre racconti tre di Lucentini, il quale non ne avrebbe pubblicati altri. La sequenza restò incisa: I compagni sconosciutiLa portaNotizie degli scavi.

(È sicuramente ridicolo ricordarsi queste cose così, qui e ora, con tanta passione e con tanto io per lo mezzo proprio mentre sto facendo l’elogio di due persone che l’io non si capiva dove lo avessero cacciato, ma che se n’erano sapute sbarazzare con tanto agio, con tanta bravura, con tanta lampante mancanza di secondi fini da non fartene nemmeno accorgere. Non fa niente. Era così. Era un periodo di incubazione, lunghissimo. Non si sapeva niente, non si parlava con nessuno, si cercava da soli, tutto era surriscaldato, tutto era troppo importante compreso ciò che importante lo era davvero. Oggi queste cose rialzano la testa, si guardano intorno, prendono fuoco al contatto con l’aria, se ne tornano dov’erano, non perderanno mai la possibilità d’incendio per fortuna).

Conobbi Lucentini nel 1999 tramite l’editore Tommaso Avagliano. Gli proposi di ristampare, da solo, I compagni sconosciuti, che era uscito nel ’51 da Einaudi e dopo di allora non era mai stato ripreso come racconto a sé, mentre io credevo che ne valesse la pena. Lui rispose di no – è una storia che ho già raccontato per iscritto, non la ripeto – ma mi fece fare una nuova edizione di Notizie degli scavi, anche qui come singolo racconto estratto dalla raccolta di tre. Ci scrissi un saggio-postfazione che venne lungo quasi come il racconto. Era passata una vita intera, l’ho detto, e l’esagerazione aveva solo cambiato il modo: dal non parlare con nessuno, neanche con me stesso (che ne sappiamo delle cose che amiamo? che cosa ne sappiamo dire, raccontare a noi stessi? il pudore ci opprime, l’incapacità di sapere il desiderio, di esprimerlo, anche quando nessuno ci vede e ci sente, questa ignoranza ci tiene ammutoliti anche di fronte a noi stessi), al parlare improvvisamente per un pubblico magari inesistente, ma parlare senza fine, dicendo tutto quello che non si sapeva di sapere, che è molto, forse sbalorditivo – sbalorditivo sempre per noi stessi, capiamoci bene: non è questione di pertinenza o di reale valore – ma sarà sempre niente rispetto a quella prima impronta di lettura, che ci tiene in vita fino alla morte nella speranza di restituirla intera, dato che per questo si fa questo mestiere.

A quel punto, anno 2000, editore Avagliano di Cava de’ Tirreni, edizione di Notizie degli scavi a cura di Domenico Scarpa (il terzo libro che curavo, il primo di uno dei F. & L.), in una edizione per gli ottant’anni di Franco (non chiamo mai gli scrittori per nome: niente Manga e niente don Benedetto e niente Eusebio e Tom e Peppo Pontiggia, e meno che mai Elsa e Goliarda e Natalia; vorrei, anzi, che non si permettesse di farlo nessuno che non li abbia conosciuti di persona, che non sia stato veramente amico loro), ma qui ho l’appoggio dell’auctoritas che è sempre Fruttero nel suo Ritratto, là dove racconta che nei luoghi dove lui per anni e anni restava Fruttero per tutti, un bel giorno arrivava Lucentini (di loro due era quello che non si faceva mai vedere, che non frequentava) e tempo un quarto d’ora era già Franco per tutti.

Quindi frequentai la casa di Franco, l’appartamento di Torino in piazza Vittorio e la cabane di Nemour sul margine della foresta di Fontainebleau, e progettammo altri libri. F. & L. erano stanchi, non si sapeva se avrebbero più scritto un nuovo romanzo. Esisteva sì l’incipit di Il ritorno di Santamaria, inserito in un volume di quiz letterari illustrati che si chiamava appunto Íncipit, ma il libro non sarebbe mai venuto fuori – e anche curare le loro raccolte di articoli, in passato era stato sempre Franco a occuparsene, non ne avevano più voglia, potevano magari dare indicazioni, correzioni, ma non di più.

C’era da fare una raccolta dei loro pezzi satirici, quelli della serie del «cretino», ne erano usciti tre da Mondadori ed erano passati quasi dieci anni dall’ultimo. Incaricarono me, e lì proposi una variante, che è l’origine prossima dei Ferri del mestiere.

In ciascuno dei tre libri della trilogia del Cretino c’era almeno un capitolo dedicato agli anticretini. Appunto, pezzi sulla letteratura, l’arte, il cinema, la musica. Erano i capitoli che mi avevano suggerito di volta in volta la lettura di Barbara Pym o di Piero Chiara o di Simenon. Valevano molto quei pezzi, bisognava dargli autonomia. (Mi accorgo ora che su di loro mi si è ripresentata ogni volta la stessa idea: far vedere in piena luce qualcosa che era nascosto in mezzo alla folla, e una volta erano i Compagni sconosciuti, anche se dovetti ripiegare sulle Notizie, un’altra volta i pezzi sugli anticretini, la volta ancora successiva la loro scuola involontaria di scrittura creativa, quindi finalmente i Ferri: ma sempre, me ne accorgo ora, operazioni contronatura, il dare un io chiaro e distinto a due che non volevano averlo per fare finta di essere nessuno, perché sapevano che fin dai primordi della letteratura è Nessuno che vince i duelli e che riporta a casa i compagni e la nave).

Ricavato dai tre libri del Cretino firmati da una coppia di autori, il libro quintessenziale sul cretino doveva essere uno e invece diventò due come gli autori: i cretini, quindi, in Il cretino in sintesi, Mondadori 2002, gli anticretini in I Nottambuli, Avagliano 2002, usciti a un mese di distanza l’uno dall’altro. Vennero avanti gli anticretini per primi, che dovevano il titolo al titolo a una poesia di Sereni.

I Nottambuli furono presentati al Salone del Libro, maggio 2002. Fu l’ultima uscita pubblica di Franco Lucentini. Lo festeggiarono, oltre Fruttero, e me che curavo il libro, e l’editore Avagliano, Ernesto Ferrero e Raffaele La Capria. Fu nello stand di Avagliano e poi di Einaudi che si decise in via definitiva il progetto per I ferri del mestiere. Il titolo non esisteva ancora, lo avrebbe scelto Fruttero all’ultimo momento. C’era l’idea che fu poi retrocessa a sottotitolo, con la ulteriore caduta di un aggettivo: Manuale di scrittura creativa con esercizi svolti. Era l’idea editoriale che avevo avuto, e che detta così poteva bastare. Il sottotitolo rendeva superflua qualsiasi spiegazione o prefazione o postfazione. Stavolta, altro che scrivere un testo più lungo di quello che si doveva accompagnare. Stavolta doveva esserci solo struttura, costruzione, montaggio, autoevidenza dei testi e dei loro contenitori. L’ipotesi critica era il libro stesso, nel suo meccanismo, nelle sue sfaccettature. Ed era un’ipotesi su tutta la vita verbale di F. & L.: una autoeducazione alla lettura e alla scrittura che diventava pedagogica suo malgrado, mentre quando la si praticava era un bruciarsi nel lavoro giorno per giorno senza scottarsi, bestemmiando e divertendosi, raccontando qualsiasi cosa venisse a tiro, praticando tutti i generi letterari visibili e invisibili, prosperanti o nascituri.

Per cinquant’anni F. & L. avevano lavorato nell’editoria, prima da soli, poi, da fine anni cinquanta in poi, in coppia (praticavano un «costoso perfezionismo», come ricordavano al loro editore Mondadori che gli doveva passare la paga). Avevano diretto e inventato riviste, avevano scritto e tradotto, avevano fatto pubblicità per gli altri e per sé stessi, avevano impiantato collane di cronaca e di gialli, di fantascienza, di teatro, di fumetti. Avevano allestito antologie a decine, di ogni genere, per più di un editore. E su tutto questo avevano riflettuto, quasi sempre in forme brevi, brevissime a volte, prefazioni di due, tre, quattro pagine.

C’era una completezza, un nitore, un humour pedagogico che bisognava documentare. Documentare, niente di più. Non si doveva aggiungere niente. Bisognava che le cose si muovessero per virtù autocostruttiva, autoassociativa. Sono nati così i capitoli dei Ferri sul giallo, sulla fantascienza, sulla traduzione (il più bello, di gran lunga), sul mercato editoriale, sulla pubblicità. L’altra idea, ma è esagerato chiamarla idea perché come ogni altro elemento veniva imposta dalla forza propria delle cose lì a disposizione, era che ciascun capitolo avrebbe avuto una parte teorica (i testi, uno o più, dedicati da F. & L. a quel tale genere letterario, a quel talaltro utensile della scrittura) e una parte pratica di esercizi svolti, dal momento che F. & L. si erano misurati con ciascuno dei generi che avevano praticato da editor o da storici, nessuno escluso.

F. & L. avevano anche disseminato nelle loro antologie di fantascienza, o di racconti di fantasmi, qualche racconto scritto da loro e firmato con pseudonimi anglizzanti, dato che – come avevano detto e ripetuto con provocazione anch’essa involontaria e destinata a scoraggiare gli aspiranti autori italiani di SF – «un disco volante non può atterrare a Lucca». Ma allora, questo mettersi a scrivere e pubblicare loro stessi, nelle antologie allestite da loro stessi, fianco a fianco di Robert Sheckley e Fredric Brown e H. P. Lovecraft, testi del genere stesso di cui negavano perfino la possibilità e la possibilità di pubblicazione, qui in Italia, ai loro colleghi o aspiranti colleghi nostrani, non era una contraddizione flagrante, esistenziale addirittura, l’emersione di un io mostruoso dagli abissi di un pianeta sconosciuto o magari, per dirla nel modo più volgarmente attuale, un conflitto d’interessi? C’era anche questo, certamente, ma per strano che possa sembrare contava poco e niente perché c’era, e molto di più, l’aspetto diminutivo di quei racconti, la loro brevità, la loro pulizia, la loro misura artigiana, la negazione dell’autorialità come dispiego di voce e di forza. Erano racconti invisibili, che restavano lì al loro posto senza sgomitare. Erano, principalmente uno sfizio e una beffa, un modo di non prendersi sul serio, un modo di dimenticarsi di sé. Erano, per dirla con un riferimento mistico caro a Lucentini, un modo gnostico di peccare senza perdere la propria purezza.

C’è qualcosa che a posteriori cambieresti, qualche materiale da aggiungere o togliere?

Oggi mi chiedo addirittura se i Ferri andavano fatti, almeno in quel preciso momento. Franco è morto ai primi di agosto del 2002, quando l’allestimento del libro era ancora in una fase non molto avanzata. Bisognava fare i conti con questo oggetto stranissimo: un libro destinato a uscire semipostumo. Non era più una situazione felice, per un libro che al contrario era nato da una condizione ideale: la durata della difficoltà che si incontra nel proprio lavoro, e in cui consiste la felicità – la più piena, la più schiattosa, la più degustabile. Fruttero volle concludere il libro con un «Addio del passato» scritto appositamente in memoria di Franco, così come a Franco si richiamano praticamente tutti i brevi brani introduttivi o di raccordo che danno coesione al libro. (Leggeteli con attenzione: la bravura, lo spirito, l’inventiva, la malinconia, lo scetticismo attivo di Fruttero in queste misure brevissime – mai più di un terzo di pagina, di mezza pagina – è qualcosa di sbalorditivo: andatevi a cercare i «metallici» amministratori o l’istante «rotatorio», lì sì che si capisce che cosa significa scrivere, sul serio!).

Senza contare che Fruttero era rimasto solo, e di lì in avanti avrebbe dovuto scrivere da solo, senza più quel riparo del non-io. Ora, a cose fatte, ora che nemmeno Fruttero c’è più, sono almeno felice che questo libro ci sia perché è il migliore omaggio che si potesse fare a Franco come artigiano e all’artigianato della coppia F. & L., ma si porta dietro un po’ di amarezza, un retrogusto di rimorso, quasi un sentore di blasfemia, e non di quella blasfemia dello stile che è poi l’essenza della letteratura.

Togliere, però, non toglierei niente. C’è invece un testo brevissimo di cui, se ne avessi saputo allora l’esistenza, lo avrei messo in testa al libro, come una prefazione autobiografica degli autori, perché è la chiave anticipata di tutta la storia di F. & L. – anzi, la risposta più pertinente all’eterna pallosissima domanda che tutti gli facevano, ma-come-fate-a-scrivere-in-due-? È un testo che ho trovato in un numero di rivista dedicato alle antologie, e non ho voluto abbandonarlo là dove lo avevo scoperto: così l’ho messo in un mio libro uscito tre anni fa, Storie avventurose di libri necessari, in un saggio intitolato «Come uno», dove racconto la storia di come Fruttero e Lucentini, scrittori a sé stanti, sono diventati Fruttero & Lucentini curando, rispettivamente, la prima pubblicazione italiana di Beckett e di Borges. Lo ricopio anche qui, mettendoci diligentemente i riferimenti bibliografici: il testo s’intitola «Come leggere in due prima di scrivere» e uscì in «Indizi», n. 2, 1993, nel numero monografico Teatro Specchio Corona. L’antologia come forma, pp. 135-36.

Confucio, che inventò le antologie, ne compose due ma le chiamò semplicemente libri: She King, «Il Libro delle Odi»; Shu King, «Il Libro delle Storie». Il primo libro occidentale a chiamarsi antologia e cioè «florilegio» fu una raccolta di poesie brevi curata da Diogeniano di Eraclea nel secondo secolo dell’era nostra.

Diogeniano e i suoi successori greci e bizantini, d’altra parte, i loro fiori li coglievano da soli. O anche (come il monaco Planude, che nel secolo XIII rifece l’Antologia Palatina sopprimendone più della metà) li buttavano via. Ma sempre da soli.

I primi florilegi a quattro mani non si ebbero che al principio dell’800, con i «canti popolari tedeschi» raccolti da Von Arnim & Brentano e i tre volumi di Fiabe per i bambini e le famiglie dei F.lli Grimm.

Poi però, con l’avvento dei grossi manuali «per le scuole e le persone colte», l’uso di antologizzare in coppia si diffuse al punto da diventare quasi la regola. Tant’è vero che a nessuno, tra quanti da vent’anni ci assillano con la domanda: «Come fate a scrivere in due?», ci ha mai chiesto niente a proposito delle antologie. Eppure queste spiegano quello, almeno nel nostro caso.

Risaliamo infatti alle Meraviglie del Possibile (in cinese: I Sf King, «Il Primo Libro della Fantascienza»), la cui geniale idea del resto non fu nostra ma di Sergio Solmi, che la girò a Einaudi, che ne affidò l’esecuzione a Fruttero, che si associò come co-antologista Lucentini. Come procedemmo, dopo aver fortunosamente raccolto un’ottantina di paperbacks, tra americani e inglesi, per un totale di circa 1000 short-stories? Ci spartimmo i volumi e ciascuno scelse per conto suo, nella propria metà, le 25 storie a suo giudizio più belle. Dopodiché ci scambiammo i volumi e ripetemmo l’operazione.

Risultato allucinante: delle 50 storie su 1000, scelte da ciascuno di noi a insaputa dell’altro, 44 si rivelarono le stesse. Ce n’era abbastanza per lasciare a Solmi la scelta definitiva, che fu di 29 (per complessive 600 pagine, più la magistrale introduzione dello stesso Solmi); ma bastò anche a farci capire che, per gente in grado di «leggere in due» all’88%, scrivere in due sarebbe stato un gioco da fanciulli.

Oggi, da twitter ai blog, la scrittura è cambiata tanto e in cosi poco tempo da quando è uscito il libro. Ci viene in mente una poesia degli anni settanta di Nino Pedretti che inizia con “ades i cièva tot” (adesso chiavano tutti) che si potrebbe parafrasare in “ades i scriv tot” (adesso scrivono tutti). Cosa può ancora insegnarci “I ferri del mestiere” riguardo la scrittura?

Anche in questo caso, un po’ di risposte sono già nelle risposte precedenti, ma voglio aggiungere un episodio che fu semipostumo proprio come i Ferri. È una cosa che disse Fruttero quando nella saletta Primo Levi del quotidiano «La Stampa», dove era stata allestita la bara di Franco per i suoi funerali areligiosi, tenne un breve discorso prima di spostarsi al cimitero per la cremazione. Sembrava che parlasse quasi a caso, cercando dove afferrare a mezz’aria le frasi una per volta, e invece quando il giorno dopo quel discorso ce lo ritrovammo stenografato in prima pagina sul giornale, era perfetto come un sonetto elisabettiano. (Ecco, vedo che anche questa potrebbe sembrare una risposta possibile alla domanda sullo scrivere, ma è solo apparenza: a un risultato del genere, meglio mettersi il cuore in pace, non si arriva con l’improvvisazione). Insomma, disse a un certo punto Fruttero che loro due, ogni qualvolta dovevano fare un testo qualsiasi, fosse pure la giustificazione scolastica per una delle figlie, si trovavano ad affrontare un problema di stile. Questa non solo è una definizione della letteratura fra le più belle che mi è mai capitato di sentire, ma è anche un lapsus che rivela il midollo dell’amicizia di Franco e Carlo (per una volta mi permetto anche con lui di chiamarlo per nome). Perché tra loro chi aveva le figlie, due figlie, era Fruttero, mentre Lucentini di figli non ne aveva. Fruttero poteva parlare col suo io-uno a nome di un io-zero che era l’abolizione dell’interferenza dell’io realizzata da due persone. Non voglio dire che la letteratura, la scrittura si facciano sempre così; ma sono convinto che ciascuno, se vuole essere scrittore, dovrà trovare una sua posizione di scrittura che sia insieme paradossale e irripetibile.

E riguardo la lettura?

Anche qui: l’insegnamento è nel paradosso, che proviene da un ultimo episodio istruttivo. F. & L. hanno la fama di autori commerciali, di essere un’azienda che tira al soldo, a massimizzare il profitto: autori di trovate, di bestseller, gente che ne sa una più del diavolo quando si tratta di smerciare in libreria. Senza pensare che ci hanno messo sei anni a fare La donna della domenica, e sette per A che punto è la notte. Poi certo, ci sono opere dichiaratamente minori, ma appunto: lo sono in modo aperto, con divertimento, con ironia, senza frodare chi legge. E qui volevo arrivare.

Nel ’94, mi pare, F. & L. fanno una trasmissione che s’intitola L’arte di non leggere. Il titolo lo aveva trovato Lucentini, rubandolo a Schopenhauer che era il suo filosofo prediletto. Furono, credo, dodici puntate Rai, dialoghi sui libri, apparentemente a ruota libera, tra F. & L. Si svolgevano in un salotto, in un bovindo di casa F. Su YouTube ci sono dei brani, molto cliccati, bellissimi, ce n’è uno per esempio sulla Vita di Alfieri.

Beh, era già pronto il contratto per trascrivere paro paro i dialoghi, confezionare il libro, farlo arrivare a ziggurat e pagode in tutte le librerie il giorno successivo all’ultima puntata. E invece, F. & L. non vollero, e non se ne fece niente: non era roba scritta, quindi non era roba da leggere. Bisogna saper far leggere, il che qualche volta consiste nel rinunciare a scrivere.

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A  nome della Prosa della domenica, Bonino-Manicardi-Viarengo, volevamo ringraziare Domenico Scarpa per questa generosa intervista e per aver conservato i suoi ritagli di sedicenne.

La prossima lettura dei Ferri del mestiere e di altre cose sarà, per il Salone Off, domenica 19 maggio a Torino.

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Domenico Scarpa è consulente letterario-editoriale del Centro studi Primo Levi di Torino. Ha insegnato nelle università di Napoli-L’Orientale, di Milano-Bicocca e di Middlebury, ed è stato ricercatore di Letteratura italiana contemporanea presso la Scuola Normale di Pisa. Ha appena terminato una fellowship a New York presso la Italian Academy at Columbia University. Nel 2011 ha pubblicato con :duepunti di Palermo il volume Uno. Doppio ritratto di Franco Lucentini; un anno prima erano apparse la raccolta di saggi Storie avventurose di libri necessari (Gaffi) e la lettura scenica Il segno del chimico. Dialogo con Primo Levi (Einaudi), portata in scena da Valter Malosti in Italia e da John Turturro a New York. In traduzione francese è apparso Natalia Ginzburg: Pour un portrait de la tribu. Nel 2012 ha curato per Einaudi il terzo e ultimo volume – Dal Romanticismo a oggi – dell’Atlante della letteratura italiana diretto da Sergio Luzzatto e Gabriele Pedullà. Ha inoltre pubblicato il volume Italo Calvino (Bruno Mondadori, 1999) e curato opere di Berto, Breton, Calvino, Fruttero & Lucentini, Natalia Ginzburg, Lucentini, Mastronardi, Rea, Goliarda Sapienza, Soldati e Stevenson. Ha tradotto dall’inglese e dal francese. Scrive per «Il Sole 24 Ore».

La crepa nel muro

C’è una cosa che vorrei leggere, quando ci si presenterà in pubblico, che è un estratto del paragrafo sulla differenza tra il giallo e la fantascienza. Subito avevo pensato di copiarlo qui, poi ho pensato che era fatica, quindi ho provato a fotografarlo, ma sul sito non si leggeva bene, e alla fine allora ho vinto la pigrizia, l’ho trascritto, parola per parola, lettera per lettera, perché mi sembrava in qualche modo significativo. Si trova a pagina centocinquanta de I ferri del mestiere, recentemente ristampato dalla nobile casa editrice Einaudi.

A. si volta di scatto, tendendo l’orecchio. Il rumore si ripete. Nel caso del poliziesco, la spiegazione del misterioso rumore è contenuta in una cerchia molto ristretta di elementi noti, in un sistema di dati estremamente limitato nello spazio e nel tempo. Anzi, tutti sanno che quanto più è ristretta la cerchia, tanto più emozionante e sospensivo potrà riuscire il giallo, laddove quando l’assassino, poniamo, viene dall’Australia, o quando la causale del delitto implica il bisnonno dell’assassinato, quasi sempre il lettore s’addormenta a pagina 28. Nel caso della storia di fantascienza, invece, la «cerchia dei sospetti» comprende potenzialmente tutto l’universo fisico, con tutto il suo spazio e tutto il suo tempo trascorso e da trascorrere. Il rumore sentito da A., per esempio, può essere quello fatto da un mostro che occhieggia da fuori della finestra, o quello d’una strana crepa che lentamente si va allargando nel muro della stanza accanto. Ma la terra incognita che si estende dietro la mostruosità di quel mostro, dietro la stranezza di quella crepa, non c’è Fbi che basti a sorvegliarla, e le auto dell’87° Distretto, se avranno la temerarietà di avventurarvisi, difficilmente faranno ritorno. No, qui per capire cosa sta succedendo ci vorranno fior di scienziati, e per ristabilire l’ordine bisognerà mobilitare l’esercito, l’aviazione e la marina degli Stati Uniti al completo. Né è detto che gli scienziati capiranno, o che gli Stati Maggiori (i quali, anzi, due volte sì e una no ci fanno delle meschine figure), riusciranno a risolvere la situazione. Un’altra differenza col poliziesco, infatti, è che in fantascienza «la crepa nel muro», la misteriosa perturbazione dell’ordine dell’universo, non sempre si risolve con la punizione del colpevole. O meglio, non sempre il colpevole è la crepa, il mostro, l’assassino. Spesso il colpevole è l’assassinato, cioè la stessa umanità, che da sé medesima s’è tirata addosso il disastro.
[1963]

Comunque è meglio che vi comprate il libro, io ve lo dico, lo abbiamo fatto ristampare: adesso è meglio che lo compriate, altrimenti che figura ci facciamo, caspita.

Anche stavolta

Non l’ho presa come una festa, devo confessare. Ripercorrere le fasi di una lunga e allegra carriera (ne abbiamo già avuti due o tre, di premi «alla carriera», tragica parola) è stato un po’ come frugare in un vecchio baule, o stilare un epitaffio. Ma nooo, protestano gli amici, è un bilancio, e un bilancio vivace, brillante, intelligente e via con gli aggettivi. Mah. Decideranno i lettori, anche stavolta.

(Carlo Fruttero, dalla prefazione a I ferri del mestiere)

E infatti i lettori hanno deciso. Anche stavolta.

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(Siamo in contatto col signor Domenico Scarpa, il curatore del libro. Può darsi che ci si incontri dentro o, sperabilmente, fuori dal Salone del Libro. Può darsi che gli faremo scrivere due righe, o rispondere a delle domande. Adesso ci pensiamo. Intanto, dalla contentezza, come si dice, ci trema l’orlo delle mutande.)

Come John Lennon

Il termine fantascienza, dicono Fruttero e Lucentini a pagina sessantasette del loro I ferri del mestiere, recentemente ristampato da Einaudi, fu escogitato da Giorgio Monicelli e Alberto Mondadori, per tradurre il termine anglosassone science fiction, e ci sono, dico io, due cose notevoli, nell’invenzione del termine fantascienza, e sono, per prima cosa: che non è una traduzione, ma un’inversione dell’originale science fiction, che si potrebbe, volendo, tradurre con narrativa scientifica, e viene invece reso con fantascienza, cioè scienza di fantasia, cioè, si potrebbe dire, esattamente il contrario; per seconda cosa: che il termine fantascienza è stato inventato scientemente da due persone, e prima della loro idea la parola non esisteva, e dopo invece sì, e ora la usiamo tutti, abitualmente, tutti i giorni, nel linguaggio comune, anche in ambienti che non hanno relazione con la letteratura di genere. È come Happy Xmas (War is over) di John Lennon, prima che lui la scrivesse non esisteva, e dopo invece è esistita e esiste e ci sembra esistere da sempre. Son cose che mi fanno girare la testa di modo che riesco a vedere anche dietro la schiena, come le mosche.

Uno abbastanza pazzo per capire che la vita è un viaggio spaziale

Ricopio qui la prefazione che avevo scritto per L’ennesimo libro della fantascienza, un ebook gratuito che abbiamo pubblicato con Barabba Edizioni il 19 settembre del 2012, nel giorno del primo compleanno di Carlo Fruttero senza Carlo Fruttero. Il libro è un bel tomo digitale di 688 pagine, con più di settanta racconti, e si scarica (ripeto: gratis) da qui (in pdf, epub e mobi) o da qui.

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Uno abbastanza pazzo per capire che la vita è un viaggio spaziale
(una specie di prefazione con una dedica alla fine)

 

Quand’ero piccolo, ma piccolo piccolo, diciamo in prima media, mia mamma m’aveva regalato di sua spontanea volontà un computer: era un Olivetti PC1, un 8086 senza disco fisso, con 512Kb di RAM, lo schermo monocromatico verde e due porte per i dischetti da tre pollici e mezzo. Ero il bambino più felice della Terra. Non che immaginassi che quel computer m’avrebbe poi condizionato la vita, le passioni, le scelte e, insomma, il futuro. Ma questa è un’altra storia.
Quand’ero piccolo, ma un po’ meno piccolo, diciamo fino alla prima superiore, quando poi me ne han comprato uno più potente e a colori e col disco fisso, con quel computer lì, con l’Olivetti PC1, ci facevo di tutto; e in particolare è sul quel computer che ho cominciato a scrivere. Mi ricordo che avevo un dischetto, con l’etichetta “RACCONTI”, in cui raccoglievo tutto quello che scrivevo nella mia stanzetta, davanti allo schermo monocromatico verde, dove avevo anche imparato a scrivere usando quasi tutte le dita e senza guardare la tastiera, che è una cosa che è come andare in bicicletta, poi uno non si dimentica più come si fa.
Chissà dov’è andato a finire, il dischetto “RACCONTI”, anche se, comunque, nel caso in cui saltasse fuori adesso, improvvisamente, non saprei davvero come fare a leggerlo. Però di due racconti che c’erano dentro mi ricordo qualcosa, non i titoli, ma mi ricordo che erano entrambi incompiuti.
In uno si parlava di un bambino che veniva strappato alla madre subito dopo il travaglio e veniva chiuso in una stanza buia da un gruppo di ricercatori; poi questi ricercatori l’avevano sfamato e lavato fino all’adolescenza, e tutte le volte che entravano nella stanza buia in cui l’avevano chiuso, gli parlavano a caso, con delle parole che non esistono, senza senso, le prime combinazioni di suoni che passavan per la testa, tipo “asdurubala scuri scalavateri” o “sberfi maraviona patori” o “pleburi tani tuttidrugini bibbi” e così via; e il bambino, arrivato a quindici o sedici anni, si era creato un linguaggio tutto suo, nella sua testa, ed era anche riuscito a scappare non ricordo come. Poi il racconto si interrompeva lì, immagino che fosse perché non sapevo come andare avanti.
Nell’altro racconto, c’era un uomo che entrava in un bar, ordinava una bevanda dal nome strano, aveva una valigetta piena di soldi ed era incazzato nero perché l’avevano fregato in certe questioni illegali che non erano specificate perché era l’inizio del racconto e si vede che volevo tenere alta la tensione; poi l’uomo, mentre beveva la bevanda dal nome strano, guardava sempre l’orologio perché aspettava qualcuno per risolvere quelle certe questioni illegali che non avevo ancora specificato, e a un certo punto guarda il bicchiere e si accorge che sta bevendo una roba blu, che era un colore sbagliato per una bevanda del genere, e allora pensa una cosa del tipo Ma guarda te che incapaci, non sanno neanche impostare bene il colore, quando esco da questa realtà virtuale del cavolo denuncio i programmatori. Poi anche quel racconto si interrompeva, immagino che fosse perché non sapevo bene come andare avanti tenendo alta la tensione.
Dev’essere stato a quei tempi lì che ho cominciato a capire di non essere uno scrittore ma un lettore (una cosa che a dirla si fa sempre bella figura, anche se è una cosa abbastanza paracula, e infatti uno che la diceva sempre era Borges). Ci ero rimasto male, a quell’età, ma dopo un po’, crescendo, ci avevo fatto la pace, con l’idea di non essere uno scrittore, men che meno uno scrittore di fantascienza, e infatti per questa raccolta chiamata L’ennesimo libro della fantascienza non ho scritto neanche un racconto.
Però un lettore sì, lo ero e lo sono sempre stato, e ora, in questo momento, che non sono più piccolo piccolo, di fantascienza ne leggo ancora a palate, anche se a trent’anni bisogna stare attenti a dove la si dice, una cosa del genere. Ma a voi posso confessarlo: io sono un appassionato di fantascienza. E anzi, meglio: io la fantascienza la amo.

Ecco, adesso, a proposito di scrittura e di fantascienza, e anche a proposito d’amore, mi viene in mente che una volta Kurt Vonnegut, era il 1965, in una convention, si rivolse direttamente agli scrittori del genere dicendo così:

Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi, quello che ci fanno gli equivoci tremendi, gli errori, gli incidenti e le catastrofi. Voi siete i soli abbastanza stupidi per tormentarvi al pensiero del tempo e delle distanze senza limiti, dei misteri imperituri, del fatto che stiamo decidendo proprio in questa epoca se il viaggio spaziale del prossimo miliardo di anni o giù di lì sarà il Paradiso o l’Inferno.

(da Dio la benedica, Signor Rosewater)

Ora, io penso che un buon appassionato di fantascienza, anche dopo che ha conosciuto la letteratura che chiamano alta come – chessò – I fratelli Karamazov, non possa mai e poi mai diventare un ex appassionato di fantascienza.
E quindi quest’anno, il 2012, è stato ed è ancora un anno particolarmente triste per ogni buon appassionato di fantascienza che si stia affacciando almeno sulla metà dei trent’anni. Perché quand’eravamo ragazzini, forse ancor prima di arrivare a Philip K. Dick o a Kurt Vonnegut, cioè a quegli autori che rimangono sullo scaffale del salotto anche dopo che il buon appassionato di fantascienza ha preso altre vie, altre letture, altra letteratura, ancor prima di arrivare lì, forse, c’erano per noi, sì, gli Asimov e i Clarke, ma c’era soprattutto Urania. E Urania, negli anni ’70 e ’80, aveva un famoso direttore coi controcoglioni, uno abbastanza pazzo per capire che la vita è un viaggio spaziale, uno che aveva abbastanza fegato per dire che:

Basta uno sciopero aeroportuale, un ingorgo sull’autostrada, per far pronunciare da milioni di persone sbigottite la domanda Ma qui dove andremo a finire?
È l’anticamera della fantascienza.

(da I ferri del mestiere. Manuale involontario di scrittura con esercizi svolti, 2004)

Anche se lui non ne ha mai veramente scritta, di fantascienza, quel famoso direttore di Urania coi controcoglioni possiamo lo stesso, secondo me, metterlo a pieno titolo nell’olimpo degli autori di fantascienza; e ogni buon appassionato che si rispetti, e che mai e poi mai diventerà un ex appassionato, lo ha amato, a suo tempo, delle volte anche senza saperlo, e lo ricorderà, ora e sempre, con gratitudine infinita.

Quel famoso direttore di Urania è morto lunedì 16 gennaio 2012, aveva 85 anni. Oggi, che è il 19 settembre 2012, se siamo stati bravi a pubblicare questo libro in tempo, quel famoso direttore di Urania coi controcoglioni avrebbe compiuto 86 anni.
Questo libro di elettroni, che forse state leggendo da uno schermo e che magari stringete tra le mani aiutandovi con un apparecchio che fino a pochi anni fa stava solo nei libri di carta di cui eravate innamorati, questo libro elettronico intitolato L’ennesimo libro della fantascienza, è dedicato a Carlo Fruttero.

Ciao, Carlo, fai buon viaggio.
E grazie di tutto, figlio di puttana.

Carpi, 19 settembre 2012

La differenza

I ferri del mestiere.

La differenza tra la vecchia e la nuova edizione de I ferri del mestiere è che, nella mia, Fruttero è vivo.

Cos’è che stiamo a fare qui

La cosa è andata così. L’anno scorso, poco prima di Natale scopro, per motivi miei, che I Ferri del mestiere non è più in circolazione. Pare incredibile, e invece. I Ferri del mestiere – Manuale involontario di scrittura con esercizi svolti, è un libro con scritti di Carlo Fruttero e Franco Lucentini raccolti da Domenico Scarpa, edito da Einaudi, uscito nel 2003  e ristampato nel 2007. E quindi niente: nel dicembre del 2012 non c’è modo di comprarlo.

E dunque, come si fa in questi casi, ci si rivolge allo Spirito dei Tempi, nella forma di Twitter. Scrivo alla casa editrice e chiedo se fanno una ristampa.

Non mi risponde. Scrivo il giorno dopo e un personaggio, col naso rosso, si unisce alla lotta:

Il Signor Bot dell’Einaudi stavolta risponde e chiede ai suoi numerosi follower:

Riceve sette risposte, di cui: il primo -Io ce l’ho; il secondo -Oddio sai che poi tutti vogliono diventare scrittori dopo quel libro? Aiuto; e poi tre che dicono che sì l’avrebbero comprato.

Il Popolo della Rete impazza.

Arriva uno famoso a perorare la causa:

Il giorno dopo, la resa dei conti. Quindi la ristampa si fa o non si fa?
-Eh, dice il Bot dell’Einaudi, non è che il sondaggio di ieri sia andato proprio benissimo, ma vediamo.
E lì le genti del Popolo della Rete si materializzano in forma di reply e retweet fino all’agognato:

Quindi adesso I ferri del mestiere si può comprare e leggere, imparando magari diverse cose a proposito dei cliché, delle frasi fatte, dell’aggettivazione ridondante e scontata e diverse altre cose ancora sullo scrivere e sul leggere.

E io ero molto contento e ho detto a Alessandro Bonino che sarebbe stato bello fare qualcosa e lui mi ha detto -Leggiamolo; e abbiamo invitato Marco Manicardi, perché tutti e tre siam stati lì a chiedere che questo libro venisse ristampato, e abbiamo deciso che lo leggiamo, ma non da soli, davanti a chi vuole venire, il tre maggio a Torino. E abbiamo aperto questo blog così ci mettiamo gli appunti di lettura e le cose che ci vengono in mente da qui al tre maggio, a proposito dei Ferri del mestiere e di Carlo Fruttero e Franco Lucentini.