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Tag: Carlo Fruttero

Dev’essere quella (oppure quella di fianco)

Non c’è ancora scritto niente, ma una persona mi ha confermato che la tomba è proprio quella. “La riconosci perché sopra c’è un cappello e un pacchetto di sigarette”, mi ha detto.

Allora dev’essere proprio quella, oppure quella di fianco. Ci sono molte piante, soprattutto grasse, e c’è un sacchetto con dei sassolini pieni di scritte. Qualcuno ha lasciato lì una statuetta del Taj Mahal, chissà poi perché, e qualcun altro ha infilato tra i fiori un CD intitolato “Black Africa”, con la copertina sbiadita dal sole e dall’aria, mah. A tener fermo il sacchetto dei sassolini, ci sono almeno quattro piombini da pescatore. A pochi metri, sulla destra, riposa un suo amico, circondato da delle piante di rosmarino.
Comunque, sì, dev’essere proprio quella. Sopra c’è un copricapo ricamato all’uncinetto e, di fianco, un pacchetto di sigarette sfatto dalle intemperie.

Ho appoggiato una mano sul marmo e mi sono dimenticato di fare una cosa che mi ero ripromesso di fare, e cioè di metterci sopra un sassolino, come fanno gli ebrei. E’ un’usanza che mi piace.
Non sono uno che parla coi morti, e l’unica cosa che sono riuscito a dire lì davanti è stata: grazie.
Poi ho girato i tacchi, e sono andato a bere una birra.

La soglia di tolleranza di Lucentini

La soglia di tolleranza di Lucentini è tra le più basse, forse la più bassa, che abbia mai riscontrato in vita mia.
La sua idea di trattativa è di spalancare la porta con un calcio, spianare un fucile mitragliatore Thompson, abbattere tutti i convenuti con una raffica e cominciare a discutere solo quando i necrofori stanno arrivando in anticamera. Ciò avviene perché egli ha accumulato negli anni una indelebile casistica privata di proporzioni cibernetiche, dalla quale risulta che gli uomini sono non abbastanza cattivi e fin troppo stupidi, ed è la stupidità (concetto per lui infinitamente sfumato, complesso, e che tuttavia ha racchiuso per scopi pratici in una sola monade lessicale, “stronzaggine”) che non gli riesce in alcun modo di sopportare e nella quale s’imbatte invece, o prevede d’imbattersi, continuamente.
È facile immaginare che cosa sia stato il fascismo per un uomo del genere, ma sarebbe una grave semplificazione definire Lucentini “un sincero democratico” o “un antifascista”, e l’azione provocatoria di cui fu ideatore e realizzatore all’Università di Roma nel maggio del 1941, e che gli costò il deferimento al Tribunale Speciale e sei mesi di carcere, è tipica del suo atteggiamento non direi assolutamente politico ma (questa gliela metto) esistenziale.
Con tre amici (un altro ne fu invitato, che si ritirò quasi subito e denunciò poi i compagni al primo interrogatorio di routine), Lucentini decise di sfogare giovanilmente il furore che provava nei confronti della stupidità del regime. Non era legato ad alcun partito, ad alcun movimento clandestino organizzato, né d’altra parte aveva mai flirtato con quei gruppi di giovani intellettuali fascisti che facevano la fronda attorno a Vittorio Mussolini e a Bottai. Nutriva anzi per costoro, come nutre oggi per i “frondisti” di qualsiasi potere costituito, un odio e un disprezzo anche più intensi che per gerarchi in orbace e stivaloni. Privo di ideologie da vendere, di modelli da proporre, e poco portato al martirio esemplare, pensò che la cosa migliore fosse di incaricare della dimostrazione i suoi stessi colleghi d’università, che erano nella stragrande maggioranza fascisti. Procedette nel modo seguente: acquistò in una cartoleria dieci pacchi di stelle filanti e un modesto kit che esiste tuttora (ne ha regalato alle mie figlie uno identico) e che si chiama “il piccolo tipografo”. Nella sua cantina approntò, per mezzo di due rulli e di pochi altri elementi di fortuna, un traballante congegno, e cominciò pazientemente a lavorare con gli altri congiurati: uno girava una manovella, l’altro alimentava d’inchiostro i tamponi, un terzo allineava i caratteri dei timbri, un quarto imprimeva sulla faccia interna di ogni stella filante, via via che si srotolava da un rullo per riavvolgersi sull’altro, frasi contro la guerra, il Duce, e simili.
Chi si sia trovato a lavorare con o per Lucentini sa che un piano del genere lo poteva concepire e attuare soltanto la sua pignoleria, leggendaria nel mondo editoriale, e non si stupirà dello scetticismo della polizia, che rifiutò di credere che il gruppetto non disponesse di una stamperia clandestina; sicché Lucentini fu infine costretto a dar prova, sotto gli occhi degli sbalorditi agenti, della sua millimetrica maestria di piccolo tipografo.
Preparati così i rotolini e rifatti i pacchetti, i quattro attesero una delle tante manifestazioni di massa che si tenevano a quei tempi sulla piazza dell’università per chiedere il 18 d’ufficio a tutti (“it rings” dice oggi Lucentini quando vede un corteo di studenti “a bell”); poi si mescolarono agli scalmanati e cominciarono a lasciar cadere surrettiziamente dalle tasche degli impermeabili e dal fondo dei calzoni le stelle filanti, sicuri che quei goliardi non avrebbero esitato, notandole in terra, a raccoglierle e gettarle spensieratamente in aria. Fu ciò che accadde, e allorché gli incauti lanciatori si avvidero di essere stati “strumentalizzati” il cortile dell’università era orma una multicolore ragnatela di scritte sovversive. Subito fu decisa una manifestazione di fede sotto il balcone del Duce, ma Fantomas-Lucentini, che stava a guardare come venissero sviluppandosi le cose, corse in un bar e telefonò in questura, avvertendo che un grosso corteo di universitari si preparava a marciare su Piazza Venezia con intenti pacifisti. Il corteo marciò, incontrò un cordone di poliziotti, fu duramente pestato e ci volle il resto della giornata per sdipanare l’imbroglio e rimandare a casa le decine di giovani fascisti arrestati.
La beffa fece molto rumore a Roma e la Gestapo ne prese accuratamente nota (trovammo poi il relativo rapporto, inviato al comando berlinese, tra i documenti del Lago Nero, negli archivi di Praga); ma mi piace di più, mi pare più rivelatore, un piccolo dettaglio tratto dal periodo che Lucentini trascorse a Regina Coeli dopo l’arresto. Qui egli fu messo nel braccio dei “politici” e per quasi sei mesi visse isolato in una cella. Poi, declassata la sua imputazione e deferito alla commissione per il confino, fu tolto dall’isolamento e sistemato per alcuni giorni con altri due, un giovane occhialuto e un distinto signore, per i quali concepì una fulminea e violenta antipatia. Sussiegosi, vacui, contenti di sé, mortalmente seri, i due gli chiesero subito – come egli dice – “la tessera” e, scoprendo che Lucentini non coltivava né fedi né ideali né programmi riconoscibili, che non apparteneva a nessuno dei vari comitati (la parola lo fa ancor oggi rabbrividire) allora operanti nell’ombra, tentarono prima di portarlo a “una presa di coscienza”, e poi lo abbandonarono al suo individualistico destino. La sera, i “politici” si scambiavano la buonanotte gridando da cella a cella.
“Dormi bene, Silvio!”
“Buon riposo, Fabrizio!”
Dall’adiacente braccio dei criminali comuni venivano sarcastiche imitazioni in falsetto.
“Dormi bbene, Romolè!”
“A Giggè! Buon Riposo!”
Clamorose pernacchie rispondevano a quei saluti, e Lucentini, che pure era un giovane ben educato, un figlio di famiglia, un fumatore di Macedonia Extra, che pure andava all’università, leggeva i filosofi, studiava il cinese, scriveva poesie d’amore alle sue amichette, che pure aveva una certa idea di come non si dovesse reggere il Paese ed era finito in carcere per manifestarla, Lucentini si trovò con sua sorpresa a parteggiare per le pernacchie.

(Carlo Fruttero, Ritratto dell’artista come anima bella, prefazione al volume Notizie degli scavi che raccoglie i tre racconti di Lucentini, Mondadori; anche in Carlo Fruttero, Mutandine di chiffon, Mondadori, 2010)

E buon 25 Aprile.

Anche stavolta

Non l’ho presa come una festa, devo confessare. Ripercorrere le fasi di una lunga e allegra carriera (ne abbiamo già avuti due o tre, di premi «alla carriera», tragica parola) è stato un po’ come frugare in un vecchio baule, o stilare un epitaffio. Ma nooo, protestano gli amici, è un bilancio, e un bilancio vivace, brillante, intelligente e via con gli aggettivi. Mah. Decideranno i lettori, anche stavolta.

(Carlo Fruttero, dalla prefazione a I ferri del mestiere)

E infatti i lettori hanno deciso. Anche stavolta.

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(Siamo in contatto col signor Domenico Scarpa, il curatore del libro. Può darsi che ci si incontri dentro o, sperabilmente, fuori dal Salone del Libro. Può darsi che gli faremo scrivere due righe, o rispondere a delle domande. Adesso ci pensiamo. Intanto, dalla contentezza, come si dice, ci trema l’orlo delle mutande.)

Uno abbastanza pazzo per capire che la vita è un viaggio spaziale

Ricopio qui la prefazione che avevo scritto per L’ennesimo libro della fantascienza, un ebook gratuito che abbiamo pubblicato con Barabba Edizioni il 19 settembre del 2012, nel giorno del primo compleanno di Carlo Fruttero senza Carlo Fruttero. Il libro è un bel tomo digitale di 688 pagine, con più di settanta racconti, e si scarica (ripeto: gratis) da qui (in pdf, epub e mobi) o da qui.

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Uno abbastanza pazzo per capire che la vita è un viaggio spaziale
(una specie di prefazione con una dedica alla fine)

 

Quand’ero piccolo, ma piccolo piccolo, diciamo in prima media, mia mamma m’aveva regalato di sua spontanea volontà un computer: era un Olivetti PC1, un 8086 senza disco fisso, con 512Kb di RAM, lo schermo monocromatico verde e due porte per i dischetti da tre pollici e mezzo. Ero il bambino più felice della Terra. Non che immaginassi che quel computer m’avrebbe poi condizionato la vita, le passioni, le scelte e, insomma, il futuro. Ma questa è un’altra storia.
Quand’ero piccolo, ma un po’ meno piccolo, diciamo fino alla prima superiore, quando poi me ne han comprato uno più potente e a colori e col disco fisso, con quel computer lì, con l’Olivetti PC1, ci facevo di tutto; e in particolare è sul quel computer che ho cominciato a scrivere. Mi ricordo che avevo un dischetto, con l’etichetta “RACCONTI”, in cui raccoglievo tutto quello che scrivevo nella mia stanzetta, davanti allo schermo monocromatico verde, dove avevo anche imparato a scrivere usando quasi tutte le dita e senza guardare la tastiera, che è una cosa che è come andare in bicicletta, poi uno non si dimentica più come si fa.
Chissà dov’è andato a finire, il dischetto “RACCONTI”, anche se, comunque, nel caso in cui saltasse fuori adesso, improvvisamente, non saprei davvero come fare a leggerlo. Però di due racconti che c’erano dentro mi ricordo qualcosa, non i titoli, ma mi ricordo che erano entrambi incompiuti.
In uno si parlava di un bambino che veniva strappato alla madre subito dopo il travaglio e veniva chiuso in una stanza buia da un gruppo di ricercatori; poi questi ricercatori l’avevano sfamato e lavato fino all’adolescenza, e tutte le volte che entravano nella stanza buia in cui l’avevano chiuso, gli parlavano a caso, con delle parole che non esistono, senza senso, le prime combinazioni di suoni che passavan per la testa, tipo “asdurubala scuri scalavateri” o “sberfi maraviona patori” o “pleburi tani tuttidrugini bibbi” e così via; e il bambino, arrivato a quindici o sedici anni, si era creato un linguaggio tutto suo, nella sua testa, ed era anche riuscito a scappare non ricordo come. Poi il racconto si interrompeva lì, immagino che fosse perché non sapevo come andare avanti.
Nell’altro racconto, c’era un uomo che entrava in un bar, ordinava una bevanda dal nome strano, aveva una valigetta piena di soldi ed era incazzato nero perché l’avevano fregato in certe questioni illegali che non erano specificate perché era l’inizio del racconto e si vede che volevo tenere alta la tensione; poi l’uomo, mentre beveva la bevanda dal nome strano, guardava sempre l’orologio perché aspettava qualcuno per risolvere quelle certe questioni illegali che non avevo ancora specificato, e a un certo punto guarda il bicchiere e si accorge che sta bevendo una roba blu, che era un colore sbagliato per una bevanda del genere, e allora pensa una cosa del tipo Ma guarda te che incapaci, non sanno neanche impostare bene il colore, quando esco da questa realtà virtuale del cavolo denuncio i programmatori. Poi anche quel racconto si interrompeva, immagino che fosse perché non sapevo bene come andare avanti tenendo alta la tensione.
Dev’essere stato a quei tempi lì che ho cominciato a capire di non essere uno scrittore ma un lettore (una cosa che a dirla si fa sempre bella figura, anche se è una cosa abbastanza paracula, e infatti uno che la diceva sempre era Borges). Ci ero rimasto male, a quell’età, ma dopo un po’, crescendo, ci avevo fatto la pace, con l’idea di non essere uno scrittore, men che meno uno scrittore di fantascienza, e infatti per questa raccolta chiamata L’ennesimo libro della fantascienza non ho scritto neanche un racconto.
Però un lettore sì, lo ero e lo sono sempre stato, e ora, in questo momento, che non sono più piccolo piccolo, di fantascienza ne leggo ancora a palate, anche se a trent’anni bisogna stare attenti a dove la si dice, una cosa del genere. Ma a voi posso confessarlo: io sono un appassionato di fantascienza. E anzi, meglio: io la fantascienza la amo.

Ecco, adesso, a proposito di scrittura e di fantascienza, e anche a proposito d’amore, mi viene in mente che una volta Kurt Vonnegut, era il 1965, in una convention, si rivolse direttamente agli scrittori del genere dicendo così:

Vi amo, figli di puttana. Voi siete i soli che leggo, ormai. Voi siete i soli che parlano dei cambiamenti veramente terribili che sono in corso, voi siete i soli abbastanza pazzi per capire che la vita è un viaggio spaziale, e neppure breve: un viaggio spaziale che durerà miliardi di anni. Voi siete i soli che hanno abbastanza fegato per interessarsi veramente del futuro, per notare veramente quello che ci fanno le macchine, quello che ci fanno le guerre, quello che ci fanno le città, quello che ci fanno le idee semplici e grandi, quello che ci fanno gli equivoci tremendi, gli errori, gli incidenti e le catastrofi. Voi siete i soli abbastanza stupidi per tormentarvi al pensiero del tempo e delle distanze senza limiti, dei misteri imperituri, del fatto che stiamo decidendo proprio in questa epoca se il viaggio spaziale del prossimo miliardo di anni o giù di lì sarà il Paradiso o l’Inferno.

(da Dio la benedica, Signor Rosewater)

Ora, io penso che un buon appassionato di fantascienza, anche dopo che ha conosciuto la letteratura che chiamano alta come – chessò – I fratelli Karamazov, non possa mai e poi mai diventare un ex appassionato di fantascienza.
E quindi quest’anno, il 2012, è stato ed è ancora un anno particolarmente triste per ogni buon appassionato di fantascienza che si stia affacciando almeno sulla metà dei trent’anni. Perché quand’eravamo ragazzini, forse ancor prima di arrivare a Philip K. Dick o a Kurt Vonnegut, cioè a quegli autori che rimangono sullo scaffale del salotto anche dopo che il buon appassionato di fantascienza ha preso altre vie, altre letture, altra letteratura, ancor prima di arrivare lì, forse, c’erano per noi, sì, gli Asimov e i Clarke, ma c’era soprattutto Urania. E Urania, negli anni ’70 e ’80, aveva un famoso direttore coi controcoglioni, uno abbastanza pazzo per capire che la vita è un viaggio spaziale, uno che aveva abbastanza fegato per dire che:

Basta uno sciopero aeroportuale, un ingorgo sull’autostrada, per far pronunciare da milioni di persone sbigottite la domanda Ma qui dove andremo a finire?
È l’anticamera della fantascienza.

(da I ferri del mestiere. Manuale involontario di scrittura con esercizi svolti, 2004)

Anche se lui non ne ha mai veramente scritta, di fantascienza, quel famoso direttore di Urania coi controcoglioni possiamo lo stesso, secondo me, metterlo a pieno titolo nell’olimpo degli autori di fantascienza; e ogni buon appassionato che si rispetti, e che mai e poi mai diventerà un ex appassionato, lo ha amato, a suo tempo, delle volte anche senza saperlo, e lo ricorderà, ora e sempre, con gratitudine infinita.

Quel famoso direttore di Urania è morto lunedì 16 gennaio 2012, aveva 85 anni. Oggi, che è il 19 settembre 2012, se siamo stati bravi a pubblicare questo libro in tempo, quel famoso direttore di Urania coi controcoglioni avrebbe compiuto 86 anni.
Questo libro di elettroni, che forse state leggendo da uno schermo e che magari stringete tra le mani aiutandovi con un apparecchio che fino a pochi anni fa stava solo nei libri di carta di cui eravate innamorati, questo libro elettronico intitolato L’ennesimo libro della fantascienza, è dedicato a Carlo Fruttero.

Ciao, Carlo, fai buon viaggio.
E grazie di tutto, figlio di puttana.

Carpi, 19 settembre 2012

Del lugubre o di Torino

Quando stavo cercando I ferri del mestiere ho scritto alla mia amica Beatrice, che ha una libreria in Piazza Annunziata a Venaria, se per caso ne aveva una copia. Niente copia. Ora, che I ferri del mestiere è stato ristampato, le ho chiesto se mi mandava un pezzetto della Donna della domenica di Fruttero e Lucentini che le fosse piaciuto. E mi ha mandato questo.

«Ti trovavi a camminare a sud di Corso Principe Oddone, per esempio, e a un tratto dicevi, ecco, ci sono, non c’è più dubbio, è qui, questo li batte tutti, questo è il quartiere più lugubre di Torino. Ma il giorno dopo una identica certezza ti fulminava mentre attraversavi via Gioberti o via Perrone, o contornando l’ansa della Dora, o fra certe villette ai margini del Valentino, o perfino in corso Galileo Ferraris, in corso Stati Uniti. Non era questione di quartieri ricchi e quartieri poveri, come di solito succedeva nelle altre città: qui, il lugubre, evidentemente, era distribuito con puntigliosa equità, era democratico».

A me, leggere certe cose di Torino andando a naso fra le pagine di Fruttero e Lucentini, fa venire nostalgia. Di una città che non ho conosciuto o che ricordo di sguincio (i bus rossi, per esempio). Mi fa venire nostalgia anche di una città che conosco e che svanisce tra le pieghe dell’area12 e delle rotonde suicide e dei palazzoni di fronte al Ruffini, ed ecco che esce il mio vero io, bacchettona misoneista che neanche De Amicis. Mi fa venire nostalgia dei fratelli di mia nonna, basco di velluto, frittata di cipolle alle sei e mezza per cena, incursioni antelucane tra le ruggini del Balùn per trovare la serratura del frigo FIAT. Mi fa venire nostalgia di quelle cose della mia infanzia talmente radicate nello stereotipo sabaudo che a raccontarle anche Gozzano avrebbe un fremito e un’incertezza, tipo l’aperitivo da Mulassano alla domenica dopo essermi sorbita tutta la messa a Santa Cristina con mia mamma che soffoca uno sbadiglio e mi mormora sottovoce “non sbadigliare”; le calze bianche traforate la scarpina di vernice il cappottino, orripilante agli occhi di una seienne, di loden grigio topo comprato da Elena in via XX Settembre. Il cinema Statuto, bruciato, la locandina de “La Capra” accartocciata e annerita, abbassare la voce quando ci passi davanti per andare a scuola con un automatismo acquisito. Le giostre alla Pellerina giammai, a meno che non si offrisse volontaria all’accompagnamento un’altra mamma meno orripilata all’idea, il film al cinema Capitol la domenica invece spesso e volentieri. Cose così. E ci sono certe sere di primavera col cielo blu elettrico e il tredici che sferraglia e il maledetto ramo fiorito che spunta da un cancello, ne senti il profumo e ti frega, ti inchioda il cuore al porfido e ti schianta lì in un grumo di struggimento e malinconia e rimpianto per tutto, anche per ciò che non hai vissuto. Per un tempo in cui non c’eri. Per una città, che è quella in cui vivi, ma a tratti mentre ne pesti l’asfalto ti manca. Mai capito come fa.

Nel frattempo Beatrice mi ha detto che di libreria, forse, un giorno, ne apre una in centro, a Torino. Il lugubre noi, ci siamo abituati.

Come il gioco o il terrorismo

Chi ha avuto la passione della lettura sa che si tratta di una vera passione, feroce, esclusiva, come il gioco o il terrorismo, che fa sembrare insignificante qualsiasi altra cosa.

Carlo Fruttero, Mutandine di Chiffon; Mondadori, 2010.

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(E poi, ciao mamma, parlano di noi, della nostra storia e della ristampa de I ferri del mestiere sul sito dell’Einaudi.)

La differenza

I ferri del mestiere.

La differenza tra la vecchia e la nuova edizione de I ferri del mestiere è che, nella mia, Fruttero è vivo.

Con una specie di guinzaglio

Sono nata a Torino, in una luminosa giornata di metà luglio. Mi hanno raccontato che fin da subito ho dato forti segnali di testardaggine, non volevo uscire dal mio rifugio per niente al mondo e ho fatto dannare mia madre, l’ostetrica e i medici fino alle nove di sera. Mio padre era fuori per lavoro e quando si presentò in ospedale la nonna Silvia, suocera da lui amatissima, gli corse incontro esclamando: “Carlo, è nata finalmente!”
“Ah sì?!? E come si chiama?” chiese lui.
[…] I ricordi dei miei primi anni di vita derivano perlopiù da racconti di famiglia e vecchie foto: Getta che mi spinge sull’altalena, la mamma che mi infila un buffo colbacco, papà che mi insegna a camminare tirandomi con una specie di guinzaglio.

Maria Carla Fruttero, La mia vita con papà; Mondadori, 2013.