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Tag: Fruttero&Lucentini

Una grande Festa di Liberazione dalla Schiavitù del Nuovo e dell’Ultima Novità

Una volta F&L vennero invitati a parlare alla Fiera del Libro di Francoforte:

«Serse – citammo letteralmente e coraggiosamente [i Parerga und Paralipomena di Schopenhauer] – pianse, secondo Erodoto, contemplando il suo immenso esercito e riflettendo che di tutti quei guerrieri, di lì a cento anni, nessuno sarebbe più stato in vita. E chi non piangerebbe, contemplando il poderoso catalogo della Fiera, se riflettesse che di tutti quei libri non uno sarà più in vita tra dieci anni?»
Seguì un così lungo momento di silenzio da farci pensare che la cosa migliore sarebbe stata di salutare e ritirarci. Poi tutta la sala, comprese le prime file, occupate principalmente da editori e librai, scoppiò nel più caloroso, gioioso, fragoroso applauso che ci fosse mai toccato.
E proprio allora – per una soprannaturale coincidenza – le campane della vicina Cattedrale si misero a suonare a festa, portando al colmo l’entusiasmo e la gioia di tutti. Le risate e i battimani non finivano più. Era come se l’inaugurazione della Fiera, all’improvviso, si fosse trasformata in una grande Festa di Liberazione dalla Schiavitù del Nuovo e dell’Ultima Novità.

(Fruttero & Lucentini, I ferri del mestiere)

Ecco. Forse ve l’abbiamo già detto, ma noi tre prosatori domenicali proprio domenica leggiamo e presentiamo al Salone del Libro di Torino I ferri del mestiere, questa bella non-novità che abbiamo fatto ristampare.

Ci trovate dalle 15.30 alle 16.30 al Salone OFF, presso SPAZIO INCONTRI OPEN, nel Complesso Sportivo Trecate in Via Trecate 46 a Torino.
(Qui c’è il link alla pagina ufficiale del Salone; qui c’è l’evento fb.)

Non mancherà certo l’occasione per citare Schopenhauer.

Un premio nazionale per la metafora

Se esistesse o fosse esistito, come per la satira, un premio nazionale per la metafora, sicuramente Fruttero e Lucentini sarebbero andati più e più volte almeno in nomination. Ho provato a raccogliere le metafore che ho trovato ne La donna della domenica:

  • Henry James (uno scrittore di quelli che dovevi spingere come una bicicletta in salita)
  • Quel riflesso fulmineo, istintivo, di salvatrice, quel guizzo da domenica del corriere
  • La bambina restò impalata, con un’aria da monumento ai Caduti
  • Ci fu uno scambio di sorrisi come di fari a un incrocio
  • L’idea di doverlo disilludere adesso, di dover spegnere quel sorriso di principessa che si vede riconsegnare l’anello caduto in mare, gli dette un senso di oppressione
  • – Che c’è? – chiese piano, con la delicatezza dell’artificiere che disinnesca l’ordigno extra-parlamentare
  • nella tappezzeria a righe bianche e rosse, sbiadita come un pigiama da cronicario
  • disse […] col tono umilmente filosofico di chi ha ordinato un tamarindo invece della solita Coca-Cola
  • era ben più facile che liberarsi di queste piccolezze formali, dure e insolubili come i calcoli renali
  • passeggiavano col passo avaro e dilatorio delle bambinaie, dei carabinieri in alta uniforme, e dei vecchi
  • aveva, oltre all’accento, anche questo di torinese: non si curava dell’effetto delle sue brusche battute, come se stesse sempre fuori dalla dimensione dell’umorismo
  • marciava tra quella piccola folla, dove non mancavano uomini ben più nerboruti e possenti di lui, con la sicurezza appena infastidita di un passante in mezzo a un nugolo di piccioni
  • Perché doveva vivere circondato da gente che gli spegneva sempre tutte le candele?
  • Uscì dalla 500 anche lui, come da un cassetto pieno di fiori secchi
  • si domandò Massimo, con la freddezza di Clausewitz
  • Col ronzio che faceva la 500 aperta, era come viaggiare seduti sopra una macchina da cucire
  • Anna Carla gli rivolse un sorriso che era una carezza da suora della misericordia
  • [disse] con l’aria di chi conta per la ventesima volta gli ultimi spiccioli
  • Attraverso le stecche delle persiane entrava una luce da esecuzione
  • Si sentiva come un tronco d’albero gettato sulla spiaggia, ripreso dall’onda, rigettato, ripreso, con una monotona, indifferente pendolarità che niente poteva spezzare
  • proseguì sicuro, con l’aria di chi si ritrovi su terreno asciutto dopo essere scivolato in un pantano
  • tutta la sua flemma speculativa gli cadde di dosso come si perdono i vestiti nei sogni
  • la poco raccomandabile cosca delle emozioni amorose
  • Era stupefacente come certe vergogne, certe vanità sepolte da vent’anni, fossero pronte a rivenir fuori come indistruttibili topi.
  • Il commissario […] mise le mani nella borsa con lo stesso animo con cui avrebbe disinnescato una mina
  • Ma era come se lei fosse metà qui e metà chissà dove, come appunto i preti.
  • case alte e basse, vecchie e nuove, che parevano un gioco di costruzioni lasciato a mezzo da un bambino e scompigliato dal fratellino più piccolo.
  • Lui disse di sì col tono di uno che accetta la zuppa invece del pan bagnato
  • Ne era lei stessa consapevole, e felice in un modo anch’esso attutito, ovattato, come se le fosse appena nevicato dentro
  • gli esseri umani impegnati a tessere e ritessere le loro tremule, fortuite ragnatele da uno spigolo all’altro della vita
  • L’altro fece la faccia di chi cede a un bambino.
  • – A lei non si può proprio nascondere niente, – disse con una umiltà da schiaffi
  • Prese, senza sforzo, l’aria di un veterano cui l’esito della milleunesima battaglia non importa in realtà più niente
  • il commissario lo stava scrutando con gli occhi di un cardinale controriformista
  • parole, sue e altrui, fitte, pressanti, e subito disperse come pioggia nell’acqua
  • il braccio che descriveva un ampio semicerchio, come a mostrare una catena di montagne, un tramonto.
  • la città, spopolata e sprangata come in attesa dei barbari.
  • un cassetto richiuso con un fruscio di rosario sgranato
  • La sua espressione naturalmente aggrottata, come se avesse un chiodo piantato in mezzo alle sopracciglia
  • Le dita si strinsero due o tre volte attorno al binocolo come le zampe di un ragno in agonia
  • Il letto a baldacchino pareva ancora più enorme sotto il basso soffitto, come una stanza nella stanza o una gabbia per qualche misterioso, incorporeo animale.
  • Il tono era quello di chi ha ascoltato fino in fondo due venditori di enciclopedie
  • restò perfettamente immobile, il labbro preso tra i denti come un dito in una porta
  • Ormai, era come picchiare su un gatto schiacciato sull’autostrada.

La mia preferita è: La bambina restò impalata, con un’aria da monumento ai Caduti.

Tenere il lupo fuori dalla porta

(Cristiano Micucci, detto Mix, ci ha mandato queste righe, che volentieri pubblichiamo)

Non c’entra niente, lo so. Però è che la prefazione de I ferri del mestiere inizia così:

«Non è certo stata mia l’idea di mettere insieme questo libro. È vero, con Lucentini abbiamo lavorato per circa mezzo secolo nel mondo dell’editoria facendo un po’ di tutto, ma senza mai avere in testa un vasto progetto, un’ambiziosa direzione, un intento che non fosse, fondamentalmente, quello di tenere il lupo fuori dalla porta.»

e quel “tenere il lupo fuori dalla porta”, sarà perché è un po’ di tempo che mi sento più a mio agio a scrivere che a fare tante altre cose (nonostante sia sempre e comunque una faticaccia), io, quando l’ho letto, mi sono sentito sollevato. E in buona compagnia.

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(La lettura de I ferri del mestiere, è provato, scatena due tipi estremi di reazione: uno è la voglia sfrenata di cominciare a scrivere; l’altro è la paura di scrivere qualsiasi cosa, comprese queste due o tre righe. NdMarco)

Anche stavolta

Non l’ho presa come una festa, devo confessare. Ripercorrere le fasi di una lunga e allegra carriera (ne abbiamo già avuti due o tre, di premi «alla carriera», tragica parola) è stato un po’ come frugare in un vecchio baule, o stilare un epitaffio. Ma nooo, protestano gli amici, è un bilancio, e un bilancio vivace, brillante, intelligente e via con gli aggettivi. Mah. Decideranno i lettori, anche stavolta.

(Carlo Fruttero, dalla prefazione a I ferri del mestiere)

E infatti i lettori hanno deciso. Anche stavolta.

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(Siamo in contatto col signor Domenico Scarpa, il curatore del libro. Può darsi che ci si incontri dentro o, sperabilmente, fuori dal Salone del Libro. Può darsi che gli faremo scrivere due righe, o rispondere a delle domande. Adesso ci pensiamo. Intanto, dalla contentezza, come si dice, ci trema l’orlo delle mutande.)

Come John Lennon

Il termine fantascienza, dicono Fruttero e Lucentini a pagina sessantasette del loro I ferri del mestiere, recentemente ristampato da Einaudi, fu escogitato da Giorgio Monicelli e Alberto Mondadori, per tradurre il termine anglosassone science fiction, e ci sono, dico io, due cose notevoli, nell’invenzione del termine fantascienza, e sono, per prima cosa: che non è una traduzione, ma un’inversione dell’originale science fiction, che si potrebbe, volendo, tradurre con narrativa scientifica, e viene invece reso con fantascienza, cioè scienza di fantasia, cioè, si potrebbe dire, esattamente il contrario; per seconda cosa: che il termine fantascienza è stato inventato scientemente da due persone, e prima della loro idea la parola non esisteva, e dopo invece sì, e ora la usiamo tutti, abitualmente, tutti i giorni, nel linguaggio comune, anche in ambienti che non hanno relazione con la letteratura di genere. È come Happy Xmas (War is over) di John Lennon, prima che lui la scrivesse non esisteva, e dopo invece è esistita e esiste e ci sembra esistere da sempre. Son cose che mi fanno girare la testa di modo che riesco a vedere anche dietro la schiena, come le mosche.

La stessa faccia

Scrive uno scrittore famoso che una volta, mentre stava tenendo una classe di scrittura, uno degli studenti gli dice, deluso: Ma quindi questo corso di scrittura consiste in questo; tutto qui? Noi veniamo a lezione e ci mettiamo a parlare di cosa leggiamo? Sì, in fondo, sì, ammise lo scrittore famoso.

-Niente trucchi, niente prosa dai vetri appannati, per favore; d’accordo, ma prima: leggere. La prima cosa di un corso di scrittura e quindi anche di un manuale, seppure involontario, di scrittura, come è I ferri del mestiere, non sta tanto nello scrivere quanto nel leggere. Nell’imparare a leggere, nell’accorgersi di cosa succede nel leggere. Siccome siam tutti convinti di saper leggere benissimo, nel disimparare a leggere, almeno un po’, e ricominciare, almeno un po’.

Per esempio ci pensavo leggendo questo articolo di Paolo Nori

Questi ultimi anni, siccome per questioni biografiche che hanno a che fare con la paternità ho visto un po’ di cartoni animati, mi sono accorto che ci son dei cartoni animati dove i personaggi han tutti le stesse facce, cambiano solo i colori dei capelli e i vestiti e allo stesso modo, per delle questioni biografiche che ho cominciato a scrivere sopra ai giornali allora ho cominciato anche a leggerli, mi sono accorto che ci son dei giornali dove la gente, i giornalisti, il modo che scrivono, sembra che anche loro abbiano tutti la stessa faccia.
C’era un pezzetto di uno scrittore italiano che si chiamava Aldo Buzzi che diceva che lui, quando trovava uno che scriveva “il pallone”, e poi, due righe sotto, per non ripetere il pallone scriveva “la sfera di cuoio”, ecco lui, Buzzi, a quello lì gli avrebbe dato l’ergastolo, e i giornalisti di certi giornali, per non ripetere le cose, adesso ci son le elezioni, se andasse al potere un discepolo di Buzzi, rischian tutti l’ergastolo, secondo me.
Tutti degli articoli dove il pallone diventa la sfera di cuoio, il dollaro diventa il biglietto verde, New York diventa la grande mela, l’Italia diventa il Belpaese, una bicicletta diventa una due ruote, un rigore diventa un tiro dagli undici metri, un morto diventa un caro estinto, un colonnello diventa un alto ufficiale, una macchina diventa un veicolo, un caffè diventa una bevanda eccitante, un libro diventa un tomo eccetera eccetera eccetera eccetera.
Come se il giornale lo scrivesse tutto la stessa persona, o come se, appunto, avessero tutti la stessa faccia, i giornalisti, a guardarli, e tutti la stessa voce, a sentirli parlare; tutti gli articoli fatti tutti da dei sosia vestiti tutti uguali, con le case tutte uguali, con le mogli e i figli tutti uguali, le stesse passioni, le stesse abitudini, le stesse manie, gli stessi gusti alimentari che vanno a mangiare negli stessi ristoranti, guardano gli stessi film, vanno a letto alla stessa ora non è bellissima, come impressione.

Fruttero&Lucentini, una volta, avevano inviato una molto istruttiva scheda di lettura che ha che fare con questo discorso e che, per fortuna, cioè grazie a Domenica Scarpa che è il curatore dei Ferri del mestiere, è stata inclusa nei Ferri del mestiere, verso il fondo (continua nella prossima puntata).