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Urania, il numero 323 bis di Marco – Makkox – Dambrosio

Marco – Makkox – Dambrosio ha scritto sul suo blog a proposito di Richard Matheson. Gli abbiamo chiesto se potevamo pubblicare un pezzo di quell’articolo qui, il pezzo in cui non parla di Richard Matheson ma degli Urania curati da Fruttero e Lucentini e lui, molto gentilmente, ha detto sì.

«La fantascienza degli Urania, quella che in seguito, messi i baffi, e io li ho messi a 12 anni, ha definito la mia percezione più matura del termine, era curata da Fruttero e Lucentini, maestri illuminati. C’era merda a fottere anche negli Urania, eh, capiamoci, tipo Ben Bova, o Bob Shaw, o Van Vogt, che oggi io quando voglio significare scritto di merda dico alla Van Vogt, e individuo subito se tra chi m’ascolta ci sia un antico lettore di Urania, perché prende ad annuire forte.

A. E. Van Vogt sfornava merda a rullo di rotativa, me lo ritrovavo sempre tra i coglioni, era una settimana sprecata l’urania di Van Vogt, ma insomma, ero ragazzino, non selezionavo molto, il mio tempo era infinito, mi mangiavo anche A. E. Van Vogt, scuotendo la testa, sputando i semi.  Lui ci metteva un sacco di mostri coi tentacoli e astronavi e cagate di cartapesta indigeribili così, nelle sue storie.

Uff

Dice: ti piace la fantascienza come fanno a non piacerti mostri e astronavi? Ti rispondo: allora la conosci poco la fantascienza. La fantascienza non è legata a degli elementi fissi come i pezzi di un gioco, o a degli scenari definiti; ma che ti spiego a fare, probabilmente tu leggi il fantasy.

Comunque anche Van Vogt una volta ne azzeccò uno di Urania: Le lenti del potere. Era fantascienza social (sociologica la definimmo noi in italiano), a me piace molto quella branca, e lui in effetti era riuscito a scrivere un libretto di social sf assai ironico e divertente. Vabe’ insomma, per essere lui intendo.

Però, dicevo, la fantascienza che m’ha conquistato nella testa oltre che nel cuore è quella che m’hanno insegnato Fruttero e Lucentini, vai a capire se poi sia davvero quella la Science Fiction secondo le normative internazionali di genere. Esisterà una classificazione Linneo, boh.

La sf di Fruttero e Lucentini sembrava avere tante di quelle declinazioni che non mi appariva un genere letterario rigidamente normato come altri, come quella merda del fantasy, per dirne uno a caso di genere di merda.
Loro ci ficcavano dentro un po’ di tutto (tranne il fantasy, che io ricordi). Ne avevano fatto un grande territorio sperimentale del fantastico tecnologico, e anche non tecnologico in verità; del fantastico e punto, e sempre con una curiosità e un senso del gioco da bimbi.

Ecco, adoravo quel non prendersi sul serio, che a volte invece ho riscontrato nei lettori di hard sf, i talebani della sf, che se scrivi teletrasporto gli ci devi mettere anche un trattato di fisica per spiegarglielo per filo e per segno come funzioni e che sia CONVINCENTE, altrimenti alle fiamme!
Gesù quanto mi sta sui coglioni la gente così, come genere.

Faccio un esempio definitivo sulla questione sf di Fruttero e Lucentini.

Una volta uscì un Urania bis. Gli Urania bis erano numeri speciali in supplemento agli Urania “ordinari”. Io non li ho mai trovati in edicola, perché uscirono per un breve periodo poco prima che nascessi, poi la Mondadori continuò a pubblicarli come Urania Speciale ed ebbero una numerazione propria. In pratica i bis e gli speciali erano capolavori selezionati della fantascienza.

Dicevo una volta uscì un Urania bis, il numero 323 bis, che consisteva in un fumetto. Anzi, in una strip, che è un po’ diverso da storia a fumetti, vabe’, non apriamola o ci s’ammazza con altri talebani su st’altra questione, diciamo fumetto.

Quel capolavoro della fantascienza di Urania era composto da sole strip di B.C. di Johnny Hart.
Un numero di Urania, tutto fumetto?! E non un fumetto di sf, che forse ancora ancora…

Che genere è B.C.? Boh, è arte, la più grande strip di tutti i secoli, per me (meglio non aprirlo nemmeno il discorso su Johnny Hart e quanto valga B.C. o ci do fuoco a qualcuno io stavolta), ma comunque non l’avrei mai definita fantascienza. Non fino ad allora, quando Fruttero e Lucentini la inclusero nel genere.

Però, che conquista! E i lettori erano pronti: un settimanale di sf che innalza un fumetto di cavernicoli ironici a capolavoro della s.f. e nessuno che leggesse Urania regolarmente che si sia sognato di uscirsene con HEI! checcazzo mi significa mettere nei capolavori della fantascienza una cazzo di strip?!

Il numero 323 bis di Urania è per i collezionisti  il numero più raro e difficile da procurarsi dell’intera collana, dicono loro.

Tutto questo per dire che per me è esistita una fantascienza Prima dell’Avvento di Urania e una Dopo l’Avvento».

L’articolo intero: Dopo Matheson, di Makkox – Marco Dambrosio.

La scrivania dei Ferri del mestiere

Ieri, al Salone Off di Torino, abbiamo fatto la seconda dei Ferri del mestiere. Poco prima di cominciare, da dove eravamo noi, la scrivania dei Ferri del mestiere era così.

scrivania_ferriPoi abbiamo cominciato.

Adorati mostri

Il fatto bello di un libro come I ferri del mestiere è che ti porta dentro a dei gangli segreti, sempre indagati dai filosofi, con alterne fortune. Qui, invece, certi nessi di causa – effetto prendono luce.

EFFETTO

Perché c’era questo di intenso nelle copertine di Urania, che l’orrore vi si alternava all’incanto, e spesso vi si combinava in un’ambiguità che mi struggeva. Odiati mostri, mostri adorati, quanto mi siete stati vicini! E voi, bizzarre creaturine perplesse, lemúridi lisci, suadenti ectoplasmi, esseri disgregati, vampireschi grumi di energia, e voi cristalli, e voi gelatine, e voi filosofe mantidi, e voi peduncolati baccelli, quanto eravate plausibili, quanto eravate perfetti! Quanto sapevate essere malinconici! Chiudo gli occhi e rivedo un cervello absoluto che naviga nello spazio, una pattuglia artica genuflessa davanti all’immensa massa madreperlacea del Grande Kirn, un ragno-aragosta sul punto di ghermire una donna addormentata in riva al mare, forme spinose gibbose radiali germinanti dalla fronte allucinata dei Figli della follia, un bulbo oculare circondato da topi, un mostro acquatico con la faccia da Paperino, una folla di figure sgomente assiepate in un cratere, un volto spolpato ricoperto da scarafaggi, un essere liquido riflesso in un specchietto retrovisore, una donna reclinata sui primi gradini di una scala infinita.

(Michele Mari, Le copertine di Urania in Tu, sanguinosa infanzia, Einaudi, 2009)

Urania

CAUSA

Eravamo in quegli anni redattori della Einaudi, una nobile, prestigiosa casa editrice, da noi soprattutto apprezzata per la sensazionale elasticità dell’orario di lavoro. Ma la vita di un topo editoriale è a conti fatti la stessa dovunque, grigie sono le sue giornate, rare le sue gioie, frequenti le sue visite al caffè dell’angolo. Altissime pile di manoscritti e volumi spediti da tutto il mondo si accumulano senza soste sul suo tavolo, rinchiudendolo fisicamente in un bunker culturale; lo soffocano mura d’intelligenza, di bella prosa, di acutissimi saggi, di sofferti romanzi, di coraggiosissimi esperimenti, di interessanti recuperi, di avanguardismi incendiari; lo incastra il meglio universale della storia, della critica, della letteratura, della psicologia, dell’archeologia, del teatro. Il prigioniero si mette allora a sognare un impossibile chiosco di benzinaio sull’Appennino toscoemiliano, un bar-tabacchi alla periferia di Vicenza, la Legione Straniera, un posto di aiuto-giardiniere al comune di Foggia.

Tale era all’incirca il nostro stato d’animo quando Sergio Solmi, poeta e saggista squisitissimo, suggerì alla Einaudi di «dare un’occhiata» alla fantascienza, cui s’era lui stesso avvicinato su consiglio del suo amico Monicelli. C’era in quegli autori, diceva Solmi, molto talento, molta genialità; lui ci stava scrivendo un saggio per «Nuovi Argomenti», ma valeva la pena di studiare il progetto di un’antologia di racconti, ce n’era per esempio uno in cui… L’idea arrivò fino al nostro tavolo di benzinai falliti, vedete un po’ voi, datevi da fare, cercate, leggete, riferite, diciamo tra due settimane.

Passarono mesi.

Un pomeriggio nuvoloso ce ne andammo in Piazza San Carlo, il salotto di Torino, dove esisteva a quel tempo un non chiaro ma provvidenziale legame tra la sede dell’Usis [United States Information Service N.d.R.] ora soppressa, e una bancarella di libri usati in un vicolo adiacente. Avevamo notato che questa bancarella era la meglio fornita della città in fatto di paperbacks americani, e la visitavamo periodicamente. Andammo scettici, le mani in tasca, la mente alla Legione Straniera. Sempre scettici, trovammo un blocco appena arrivato di libri di science fiction, che acquistammo mettendolo debitamente in conto al nostro datore di lavoro. Una trentina di volumetti abbastanza malconci, dalle copertine non specialmente allettanti, scritti da sconosciuti Clarke, Matheson, Bradbury, Sheckley, Asimov, Simak, eccetera. Ce li dividemmo e tornammo ciascuno a casa sua.

Non sapremo mai chi abbia venduto quel blocco alla bancarella, se un funzionario Usis spedito in un’altra sede, un agente delle Cia partito alla fine della sua missione, un tecnico temporaneamente distaccato alla Fiat, un importatore texano di cioccolatini torinesi, o magari un supervisore galattico che vide in noi due potenziali adepti e fabbricò la coincidenza, il fatale incontro ravvicinato. Ma è certo che a quell’ignoto personaggio dobbiamo la nostra conversione istantanea.

(Fruttero & Lucentini, I Ferri del mestiere a cura di Domenico Scarpa, Einaudi, 2003).

Urania, curatela: 1952 G. Monicelli, 1962 C. Fruttero, 1964 C. Fruttero e F. Lucentini, 1981, G. Montanari, 1990 G. Lippi.

Pura “Urania”

Poco piú di un anno fa (2001) il telefono squillò a casa mia verso le due del pomeriggio. Chiamava da Vigevano, dove abita, il mio vecchio amico Lodovico Terzi. «Hai la televisione accesa? Stai vedendo?» Non stavo vedendo. «Accendi subito, succede una cosa incredibile, pura “Urania”».
Era l’11 settembre e quello che scorreva sullo schermo era effettivamente una copertina di «Urania», due grattacieli stroncati da due aerei, fiamme, fumo, gente che si gettava dalle finestre, l’America under attack. Di scene del genere ne avevamo lette e pubblicate non poche nel corso degli anni. Gli attaccanti potevano essere extraterrestri ovvero sovietici, una setta segreta con vertiginose ambizioni di conquista mondiale ovvero un gigantesco asteroide. Ma l’immagine era quella, lievemente, come dire, démodée, archiviata nella memoria di tutti i lettori di «Urania», la rivista di fantascienza «piú famosa» (diceva lo slogan di copertina), che oggi compie cinquant’anni.

(Carlo Fruttero, «Urania». 50 anni di profezie; ne I ferri del mestiere)

Forse qualche mese fa, fossero stati ancora vivi, Carlo Fruttero si sarebbe trovato di nuovo col telefono in mano. Dall’altra parte, ancora Lodovico Terzi a dirgli «Hai il computer acceso? Stai leggendo twitter?» e poi, di nuovo: «succede una cosa incredibile, pura “Urania”».

Oggi la fantascienza è un po’ in crisi, per usare un eufemismo.
Secondo me dovremmo rimetterci a leggerne almeno un po’. E almeno un po’ di più.