Il fatto bello di un libro come I ferri del mestiere è che ti porta dentro a dei gangli segreti, sempre indagati dai filosofi, con alterne fortune. Qui, invece, certi nessi di causa – effetto prendono luce.

EFFETTO

Perché c’era questo di intenso nelle copertine di Urania, che l’orrore vi si alternava all’incanto, e spesso vi si combinava in un’ambiguità che mi struggeva. Odiati mostri, mostri adorati, quanto mi siete stati vicini! E voi, bizzarre creaturine perplesse, lemúridi lisci, suadenti ectoplasmi, esseri disgregati, vampireschi grumi di energia, e voi cristalli, e voi gelatine, e voi filosofe mantidi, e voi peduncolati baccelli, quanto eravate plausibili, quanto eravate perfetti! Quanto sapevate essere malinconici! Chiudo gli occhi e rivedo un cervello absoluto che naviga nello spazio, una pattuglia artica genuflessa davanti all’immensa massa madreperlacea del Grande Kirn, un ragno-aragosta sul punto di ghermire una donna addormentata in riva al mare, forme spinose gibbose radiali germinanti dalla fronte allucinata dei Figli della follia, un bulbo oculare circondato da topi, un mostro acquatico con la faccia da Paperino, una folla di figure sgomente assiepate in un cratere, un volto spolpato ricoperto da scarafaggi, un essere liquido riflesso in un specchietto retrovisore, una donna reclinata sui primi gradini di una scala infinita.

(Michele Mari, Le copertine di Urania in Tu, sanguinosa infanzia, Einaudi, 2009)

Urania

CAUSA

Eravamo in quegli anni redattori della Einaudi, una nobile, prestigiosa casa editrice, da noi soprattutto apprezzata per la sensazionale elasticità dell’orario di lavoro. Ma la vita di un topo editoriale è a conti fatti la stessa dovunque, grigie sono le sue giornate, rare le sue gioie, frequenti le sue visite al caffè dell’angolo. Altissime pile di manoscritti e volumi spediti da tutto il mondo si accumulano senza soste sul suo tavolo, rinchiudendolo fisicamente in un bunker culturale; lo soffocano mura d’intelligenza, di bella prosa, di acutissimi saggi, di sofferti romanzi, di coraggiosissimi esperimenti, di interessanti recuperi, di avanguardismi incendiari; lo incastra il meglio universale della storia, della critica, della letteratura, della psicologia, dell’archeologia, del teatro. Il prigioniero si mette allora a sognare un impossibile chiosco di benzinaio sull’Appennino toscoemiliano, un bar-tabacchi alla periferia di Vicenza, la Legione Straniera, un posto di aiuto-giardiniere al comune di Foggia.

Tale era all’incirca il nostro stato d’animo quando Sergio Solmi, poeta e saggista squisitissimo, suggerì alla Einaudi di «dare un’occhiata» alla fantascienza, cui s’era lui stesso avvicinato su consiglio del suo amico Monicelli. C’era in quegli autori, diceva Solmi, molto talento, molta genialità; lui ci stava scrivendo un saggio per «Nuovi Argomenti», ma valeva la pena di studiare il progetto di un’antologia di racconti, ce n’era per esempio uno in cui… L’idea arrivò fino al nostro tavolo di benzinai falliti, vedete un po’ voi, datevi da fare, cercate, leggete, riferite, diciamo tra due settimane.

Passarono mesi.

Un pomeriggio nuvoloso ce ne andammo in Piazza San Carlo, il salotto di Torino, dove esisteva a quel tempo un non chiaro ma provvidenziale legame tra la sede dell’Usis [United States Information Service N.d.R.] ora soppressa, e una bancarella di libri usati in un vicolo adiacente. Avevamo notato che questa bancarella era la meglio fornita della città in fatto di paperbacks americani, e la visitavamo periodicamente. Andammo scettici, le mani in tasca, la mente alla Legione Straniera. Sempre scettici, trovammo un blocco appena arrivato di libri di science fiction, che acquistammo mettendolo debitamente in conto al nostro datore di lavoro. Una trentina di volumetti abbastanza malconci, dalle copertine non specialmente allettanti, scritti da sconosciuti Clarke, Matheson, Bradbury, Sheckley, Asimov, Simak, eccetera. Ce li dividemmo e tornammo ciascuno a casa sua.

Non sapremo mai chi abbia venduto quel blocco alla bancarella, se un funzionario Usis spedito in un’altra sede, un agente delle Cia partito alla fine della sua missione, un tecnico temporaneamente distaccato alla Fiat, un importatore texano di cioccolatini torinesi, o magari un supervisore galattico che vide in noi due potenziali adepti e fabbricò la coincidenza, il fatale incontro ravvicinato. Ma è certo che a quell’ignoto personaggio dobbiamo la nostra conversione istantanea.

(Fruttero & Lucentini, I Ferri del mestiere a cura di Domenico Scarpa, Einaudi, 2003).

Urania, curatela: 1952 G. Monicelli, 1962 C. Fruttero, 1964 C. Fruttero e F. Lucentini, 1981, G. Montanari, 1990 G. Lippi.